SONO la "signora docente del Salento", citata nell'articolo di Franco La Cecla pubblicato su Repubblica Palermo di giovedì, che all'incontro del Museo Salinas sarebbe fuggita via dopo aver bestemmiato il nome santo dei Greci e vilipeso l'entusiasmo del loro appassionato cultore. E dire che quel pomeriggio avevo l'idea di ascoltare punti di vista nuovi e stimolanti. Non un dibattito scientifico, certo, ma la possibilità di confrontarsi con posizioni non specialistiche, ma fresche e, a modo loro, illuminanti. Perché anche il "sentimento del passato" ha una sua profonda funzione sociale. È "memoria culturale", mito, rituale collettivo, come quello che ci porta in pellegrinaggio sui siti archeologici, o che riempie fumetti e film di personaggi della Grecia antica. ANCHEse non è storia, mostra i segni di un interesse per l'antico che il ricercatore deve saper leggere e decodificare. Del resto, non credo di aver mai avuto preclusioni verso la buona divulgazione, che, anzi, mi sembra un modo nuovo di costruire una dimensione diversa, socializzante, del sapere. In fondo appartengo alla generazione che imparava le scienze con Piero Angela, alla televisione, e che ha seguito con ammirazione il lavoro straordinario di questo padre nobile della comunicazione scientifica in Italia. Quel che invece aspettava me e l'incolpevole uditorio era un catalogo di luoghi comuni sul mondo greco, infarciti anche di fanfaluche e non pochi svarioni. Nulla ci è stato risparmiato: come belli "di fama e di sventura", dinamici, democratici, sempre guidati dal raziocinio ancorché un tantino 'mbriachi (ah, si sa, quei famosi simposi!) dei Greci da macchietta (ma con la G maiuscola) si siano accostati alle sicule sponde col loro faro di civiltà già bello e ardente a partire da Atene (?) per essere infine dimenticati e vilipesi da noi, indegni loro eredi, pronti a tradirne la memoria. Con tutta la buona volontà, la cosa meno imbarazzante sarebbe stata allargare lo sguardo, e forse ci si sarebbe riusciti, se la sprovveduta presunzione di conoscere già tutto dei Greci e del loro progetto sulla Sicilia, non avesse impedito di cogliere le intelligenti "dritte" che Francesca Spatafora, Direttore del Museo Salinas, andava lanciando per salvare il senso di una serata in cui era chiaro che gran parte degli astanti conosceva l'argomento in questione più dell'oratore. Quel che mancava era il genere di saggezza che portò Socrate alla cicuta: sapere di non sapere. Vogliamo provare, dunque, a riflettere su cos'è la divulgazione, a che serve? È uno spacciare Bignami, un distribuire pillole di un sapere in forma ridotta e semplificata? È un'arte da incantatori di serpenti padroni della parola e non della materia, su cui costruire fortune editoriali e d'immagine? È invece un faticoso lavoro che presuppone la non facile arte di tradurre in un linguaggio accessibile e accattivante la complessità della scienza, ma anche le sue dinamiche, i suoi problemi. Qualcosa che implica il dovere di coltivare l'aggiornamento, la curiosità, il dubbio oltre all'inventiva. Forse i "caratteri tipici" di questo modo di pensare, sono troppo banali per questo tempo in cui il sapere è diventato strame per tuttologi. Forse solo qualche anima semplice pensa ancora che per occuparsi di qualche cosa ci vogliano gli strumenti per farlo, che un lavoro "interdisciplinare" presupponga "discipline" che sono, nel modo ancipite dei latini, metodi e saperi specifici. Che, in una parola, per divulgare bisogna pur sapere! Chi fa partire da me un'intemerata contro gli accademici parrucconi, nemici della divulgazione e del confronto, non vede il bersaglio, o sta sbagliando mira. Non so che tipo di accademia frequenti, ma posso assicurare che quella in cui lavoro vede fianco a fianco storici, archeologi, studiosi dell'arte moderna, fisici, chimici, antropologi fisici e culturali, assiste al nascere di progetti in cui l'archeologo subacqueo lavora con il geologo e il biologo, l'architetto con lo storico dell'arte e il sociologo. E, questo è il punto, producono e scambiano conoscenze nate nei loro specifici ambiti metodologici. Non roba raccattata su qualche altisonante vecchio manuale. E i musei con i quali lavoro non sono ricoveri di anticaglie, tutt'altro: sono "musei diffusi" attrezzati per la fruizione, musei didattici che illustrano attività di ricerca al grande pubblico. Sono, anche nel caso in cui si tratti di realtà di stampo più tradizionale, luoghi in cui da sempre si è cercato un dialogo con l'esterno, fatto d'incontri tenuti da esperti per studenti e per appassionati, come il Museo Salinas. A fare così è una nuova generazione di studiosi del mondo antico che cerca di trovare strade diverse per dire un patrimonio di conoscenze che, come avrebbe detto il buon Tucidide, "vale per sempre" e non va svenduto come materiale per pezzi di bravura o successi del momento. Abbia pazienza, allora, l'entusiasta non grecista che fa le bucce agli esperti un attimo dopo aver proclamato il proprio non sapere. Non pretendo che riesca a immaginare gli occhi dei giovani archeologi ai quali s'insegna ad amare i Greci anche "senza miracolo", come li raccontò Luis Gernet. Chiedo però che rispetti un sapere, che non è "opinione", ma competenza e metodo che farà di loro degli specialisti: professionisti inutili che il Paese manderà per strada, nei call center o a fare le guide sottopagate perché, mentre celebra il successo editoriale del revival storico o quello di botteghino del nuovo peplofilm, lascia marcire il "patrimonio intangibile" del proprio passato.