QUALCHEsettimana fa ho avuto il privilegio di trovarmi nel bellissimo chiostro del Museo archeologico Salinas, invitato dalla direttrice e dalla manifestazione "Le vie dei tesori". Ero emozionato e contento all'idea di trovarmi in un luogo che custodisce alcune delle più belle testimonianze dell'arte greca in Sicilia. IL MIO lavoro di ricercatore, antropologo, scrittore, è nato e continua sotto il segno di un approccio che privilegia il linguaggio accessibile su quello accademico, la divulgazione scientifica sul materiale solo per "addetti ai lavori". Adoro "Le vie dei tesori" perché fanno cadere steccati, aprono porte e rendono accessibile alla gente il valore della ricerca e della cultura. Ero invitato a parlare del lavoro appena concluso per la casa editrice Il Mulino, una guida on the road ai Greci in Sicilia, dal titolo appunto "Andar per Greci in Sicilia". L'idea di scriverla mi è venuta dal fatto che non esiste nulla del genere, né in inglese né in francese né in italiano, e dalla passione che nutro per la civiltà greca. Non sono un grecista, non sono uno storico della Grecia, ma sono un antropologo e so bene che negli ultimi cinquant'anni gli studi sulla civiltà greca si sono avvalsi di approcci pluridisciplinari e molto dell'antropologia. Dieci anni di permanenza e insegnamento a Parigi mi hanno dato la possibilità di conoscere di persona i grandi grecisti, Jean Pierre Vernant, Vidal Naquet, Marcel Detienne, Giulia Sissa. Con spirito umile e grande entusiasmo ho percorso i tanti siti greci in Sicilia, documentandomi il più possibile sulle ultime scoperte e sulle nuove dimensioni della lettura del mondo greco. Al Salinas ho raccontato quanto mi piacerebbe che la Sicilia si riappropriasse del suo passato greco, del senso del limite e della capacità di fondare nuovi mondi, del rapporto che i Greci avevano con il nostro paesaggio e le nostre risorse e della loro idea di bellezza di cui avremmo un gran bisogno. Alla fine della presentazione c'è stato un dibattito col pubblico e con la stessa direttrice del museo, Francesca Spatafora, che mi ospitava. È stata lei a rimarcare che i Greci in Sicilia erano stati molto cambiati dall'incontro con le popolazioni locali, Siculi, Sicani e Fenici tra gli altri. E che non si può parlare per la Sicilia di civiltà greca tout-court. È un approccio che mi commuove, perché esprime un grande amore per questa terra, ma non mi convince perché mi sembra affetto da una sorta di etnocentrismo. D'altro canto i Greci stessi si facevano chiamare "Sicelioti" per dare senso a una koinè greca che aveva avvolto tutta l'Isola con il proprio progetto politico e culturale (come racconta un bel libro pubblicato dal Paul Getty Museum cui la stessa Francesca Spatafora ha contribuito: "Sicily, Art and Invention between Greece and Rome"). La sorpresa però è arrivata durante il dibattito. Una signora, presentatasi come docente di Storia greca nel Salento, è intervenuta dicendo che i Greci sono una nostra invenzione e che soprattutto era chiaro che io raccontavo solo invenzioni e sogni di mia fattura, senza avere alcuna base di credibilità. Le ho chiesto di dirmi perché pensasse così e al mio invito a un confronto sulle fonti se n'è andata insistendo sulla natura fantascientifica del mio lavoro. Il suo intervento è molto importante perché fa emergere alcuni caratteri tipici della nostra accademia: quello di pensare che per occuparsi di qualcosa bisogna averne ricevuto una cattedra e soprattutto quello di scacciare come una zanzara fastidiosa qualunque lavoro che pretenda di essere interdisciplinare e divulgativo. Si chiama con un termine triste "baronia" ed è il motivo per cui in Sicilia e in Italia l'Università spesso adotta metodi e strategie che impediscono il confronto tra discipline confinanti. Io non pretendo di essere trattato come grecista, ma ho illustri colleghi antropologi, come Maurizio Bettini, che si occupano dei Greci da una vita. I più sono convinti che l'approccio gelosamente disciplinare impedisca che la cultura arrivi dove effettivamente deve arrivare. I Greci, con buona pace della nostra docente, sono esistiti davvero. Il problema è che un certo tipo di accademia li ha mummificati e allontanati dai cittadini e dalla gente comune. Sono anticaglie da museo, non ci interrogano più su nulla. Il contrario di quanto pensava il grande Bruce Chatwin, che aveva sbattuto la porta del dipartimento di Archeologia di Edimburgo perché i suoi professori erano incapaci di immaginarsi i Greci, i Persiani o gli Egiziani come se fossero vivi e non irrigiditi dalla muffa accademica.
QUEGLI ACCADEMICI CHE CONGELANO LA STORIA
Il testo descrive un'esperienza personale dell'autore, che ha partecipato a una manifestazione "Le vie dei tesori" al Museo archeologico Salinas. L'autore è un ricercatore, antropologo, scrittore che ha lavorato su un libro per la casa editrice Il Mulino, "Andar per Greci in Sicilia". Ha parlato del suo lavoro e ha espresso la sua passione per la civiltà greca. Durante il dibattito, una signora ha criticato l'autore per considerare i Greci come una "civiltà greca tout-court", affermando che i Greci in Sicilia erano stati cambiati dall'incontro con le popolazioni locali.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo