QUINDICI MILIONI di euro per una tela bianca. All'asta da Sotheby's a Londra, un paio di settimane fa, l'Achrome di Piero Manzoni (1933-1963), candido caolino su tela grinzata del 1958, è solo l'ultimo record del maestro milanese, pioniere del concettuale, capofila di un gruppo che va a ruba a colpi di tagli, buchi e tele estroflesse. Chiara Zampetti, autrice della "Guida al mercato dell'arte moderna e contemporanea" (edita da Skira, presentata al Pac oggi alle 19) svela le ragioni di questi successi. A Londra all'Art Loss Register, gigantesca banca dati dell'arte, esordiva valutando opere italiane per la prima volta sul mercato. Storica dell'arte o detective a caccia di furti, esportazioni illecite e razzie dell'olocausto? «Le due, una mattina davanti alla porta dell'ufficio mi recapitavano 7 pacchi. C'erano affreschi staccati da Pompei che inseguivo da tempo. Chi li aveva rubati sapeva che non li avrebbe più venduti. Ricordo la corsa in taxi all'ambasciata e la paura di sgretolarli tra le mani» Quando è passata al mercato? «Con il boom della new economy. Consigliavo collezionisti in erba con fortune improvvise ». Come va il mercato oggi? «Forte. Si espande nei volumi e geograficamente. La Cina è al primo posto per le aste, mentre crescono il Brasile e l'India». C'è relazione tra borsa e arte? «Molti studi sostengono di no. Dopo il crac di Lehman Brothers, la storica asta di Damien Hirst incassava milioni». A New York il 12 novembre Christie's batterà una scultura di Jeff Koons simile a quella che nel 2013 conquistò 58,4 milioni di dollari, opera più pagata di un artista vivente. Cos'hanno in comune le opere da record? «Appeal, colori sgargianti, riconoscibilità. I nuovi collezionisti s'innamorano di artisti brand nei loro periodi più brand, quelli che riconosceresti a 50 metri». Perché Koons costa tanto più di Tiziano? «È più facile. All'antico serve dedizione, occhio, conoscenza, a Warhol e Koons no. In una cucina non metteresti un Tiziano, una Marylin di Warhol sì. È un'immagine familiare a un trentenne di oggi, che sia russo, cinese o indiano». L'arte italiana come va? «Cresce. L'Italian Sale di Sotheby's a ottobre ha incassato 52 milioni di euro, otto volte la prima asta del 1999». Perché i prezzi salgono? «Dipende dall'interesse internazionale. Da Christie's a Londra un'opera di Boetti del 1965 è andata a un americano per oltre 3milioni di euro. Uno specchio di Pistoletto del 1968 ha superato il milione grazie a un collezionista asiatico. E ci sono ancora grandi potenzialità di crescita, se si considera che questi maestri influenzano generazioni di artisti e hanno prezzi inferiori ai colleghi stranieri». Perché questo divario? «In Italia è mancato il sostegno delle istituzioni, come negli Usa o in Francia. E vale anche per i giovani. Gran parte del mercato degli artisti viventi italiani in asta si deve a Rudolf Stingel e Maurizio Cattelan, che vivono all'estero». Che cosa piace dell'arte italiana? «Dallo Spazialismo all'Arte Povera. Oltre a Manzoni, Castellani, Bonalumi e Simeti che hanno quasi duplicato i record. Crescono anche i loro colleghi, già riconosciuti dalla critica ma non ancora dal mercato, come la milanese Dadamaino, acquistata dalla Tate, dal Guggenheim e dal Pompidou». Cos'è cambiato in questi anni? «Mostre allestite nei migliori musei del mondo hanno documentato grandezza e modernità dei nostri artisti, accrescendo il desiderio dei collezionisti. L'altra ragione è estetica: la semplicità nel design, le forme lineari e i colori piatti rispondono al gusto attuale». Qual è oggi il ruolo di Milano? «In Italia, dove però si scambia solo l'1 del mercato globale, è la capitale. Qui ci sono case d'asta e gallerie internazionali, come Lisson e De Carlo. E anche Miart ha più visibilità». Molte gallerie milanesi aprono a Londra: De Carlo, Repetto, Cardi per esempio. Per quale motivo? «Il mercato va dove ci sono i soldi. A Londra vivono businessman e miliardari. È facile aprire un'attività e assumere e ci sono agevolazioni fiscali».