Gentile ministro Franceschini, non è la prima volta che dalle colonne di questo giornale scrivo lettere aperte al titolare dei Beni culturali, rimaste inascoltate dai suoi predecessori. Uno di loro era troppo impegnato a declamare poesie che neppure gli amici e i familiari vogliono sentire. Un altro era invece troppo affaccendato a batter cassa da benefattori e corruttori. Spero che in futuro non si debba ricordare anche Lei per qualche sciocchezzaio. La stampa internazionale in queste ore sta facendo facile ironia su un suo tweet di ridare l'arena al Colosseo: "Ci vuole solo un po' di coraggio". I soliti maligni lasciano intendere che tornerebbero presto anche i gladiatori. Dicono di Lei che non siede invano sulla poltrona di via del Collegio Romano e che è deciso a lasciare il segno. È un peccato che in questi giorni non abbia potuto essere presente al simposio che si è tenuto a Firenze durante il Festival del cinema francese, diretto con passione da un regista italiano, Francesco Martinotti. Avrebbe potuto ascoltare dalla bocca di importanti produttori e autori d'oltralpe quanto sappiano farsi rispettare in tutto il mondo. Cosa che da noi accade raramente. Durante gli incontri fiorentini una senatrice del suo partito, Rosa Maria Di Giorgi, ha annunciato a sorpresa che il prossimo gennaio metterete mano a un disegno di legge che la nostra industria attende sin dal lontano 1967, quando un ministro socialista, Achille Corona, abbozzò un dettato i cui articoli sono oggi obsoleti e inadeguati. Ben venga dunque una nuova normativa, sperando che non sia uno dei tanti annunci di questo governo ai quali non sempre seguono fatti concreti. Riforme, come si legge nel duro editoriale del Corriere della Sera di domenica scorsa, che "giacciono sepolte in una bara". La prima cosa che colpisce della legislazione francese è che si tratta di un sogno. Proprio così. La missione del Centro Nazionale di Cinematografia che da Parigi coordina l'industria audiovisiva, è quella di "finanziare il sogno dei creatori di immagini, permettendo alla Francia di essere il primo partner del cinema d'autore nel mondo". Hanno cominciato a credere nei sogni sin dai tempi di André Malraux, scrittore e ministro, fautore di una politica di "grandeur" culturale. E poiché sognare comporta il rischio di astrazione, ecco piovere misure tutt'altro che astratte: 690 milioni di euro investiti lo scorso anno a sostegno del cinema, contro i nostri miseri 187. Un sogno dunque assai concreto. Sono persino riusciti a far pagare una tassa agli americani, i quali se vogliono staccare biglietti al box-office francese devono lasciare in loco una quota alla produzione nazionale. Da noi una cosa simile l'aveva fatta digerire a Hollywood Giulio Andreotti. Walter Veltroni quando fu nominato ministro della Cultura pensò invece di graziare gli americani, levando l'imposta. Il risultato è che da allora non versano neppure più un euro nella nostra filiera. Provate a fare affari in America e vedrete quanti oboli dovrete lasciare, giustamente, sul loro territorio. Vedi la multa milionaria che si è appena beccato Marchionne per essere venuto meno alle regole di Washington. Ho sempre pensato che la vera differenza tra il cinema francese e il nostro non è tanto di natura monetaria, bensì psicologica. Loro si amano alla follia e infatti tutti i loro film sono carichi di narcisismo, spesso anche un po' eccessivo. Gli stessi loro attori, da Gérard Philipe ad Alain Delon, sono dannatamente belli. Invece i nostri, vedi i divi della commedia all'italiana, da Alberto Sordi a Vittorio Gassman, interpretano di preferenza il ruolo dell'italiano mediocre e smargiasso, sui cui difetti amiamo irridere, mentre i francesi se ne guardano bene. In realtà la Francia attribuisce alla cultura un impegno prioritario. Ma attenzione, non si tratta di soldi investiti a fondo perduto. Per ogni euro messo nell'audiovisivo ne tornano indietro ben 21, contribuendo ad accrescere il Pil dell'1. Dati inoppugnabili che noi non osiamo neppure sognare. Siamo all'assurdo che la Cineteca di Bologna, all'avanguardia nel mondo, è più sostenuta a Parigi che a Roma. Come se non bastasse, i francesi, convinti che la televisione, con la mediocrità di molti suoi programmi, danneggi il sapere, hanno messo a dieta le reti pubbliche e private, inducendole a versare quote consistenti di fatturato a sostegno dei beni culturali. Da noi Matteo Renzi ha annunciato l'imminente riforma della Rai. Vedremo se sarà capace di fare altrettanto, oppure se dietro al patto del Nazareno si nasconda una scellerata pax televisiva a danno delle nostra psiche.