Dalla nascita del progetto, 40 anni fa, è venuto meno il sostegno dei cittadini. Il caso Palazzo Citterio e la crisi del mecenatismo. La necessità di forze nuove La Grande Brera è stata fino a oggi un progetto dove, come al gioco dell'oca, ci si è spesso ritrovati nello stesso punto. Salvo un particolare: quello dell'impegno dei cittadini verso il «loro» museo. Questo impegno, da quando è nato il progetto Grande Brera quarant'anni fa a oggi, è andato contraendosi. Come racconta in un libro la direttrice Regionale del Ministero per i Beni culturali, Caterina Bon Valsassina («Il caso Palazzo Citterio», Skira, pp.96, euro 14,50), nel 1972, quando lo Stato si assicurò per 9 milioni e mezzo di euro il palazzo del conte Citterio per destinarlo all'ampliamento di Brera, i sovrintendenti Gisberto Martelli e Franco Russoli seppero accendere i cuori della borghesia ambrosiana verso il nuovo museo. Anna Maria Brizio, socia degli Amici di Brera e docente di Storia dell'arte alla Statale, vide in questo acquisto l'occasione per coronare un sogno: dare vita a un museo civico di Arte contemporanea. Marco Valsecchi, giornalista e docente universitario, si adoperò per sostenere la causa. A rispondere alle sollecitazioni dei sovrintendenti ci fu Giulia Maria Crespi (allora proprietaria del «Corriere» e tre anni dopo fondatrice del Fai), che nel '68 era stata eletta presidente degli Amici di Brera, carica dalla quale si era dimessa per la «scarsa concretezza» che si andava dimostrando nel sostegno alla cultura milanese. Ne aveva preso il posto Lamberto Vitali, un livornese che sostenne il restauro dell'Ambrosiana, promosse studi sui Macchiaioli, organizzò alla Triennale la retrospettiva su Morandi e mise insieme una raccolta che andava dalle tavole del Fayum a Redon: anche lui fu tra i sostenitori della causa. Gianni Mattioli, cugino di Fernanda Wittgens, si rese disponibile a cedere al nuovo museo alcuni dipinti tra i capolavori del Novecento da lui collezionati. Lo stesso Emilio e Maria Jesi, pronti a consegnare Boccioni, Modigliani, Severino e Carrà. E così gli eredi degli 86 dipinti collezionati da di Giacomo Jucker, con prevalenza dell'Ottocento italiano. Questa rete di mecenatismo colto e altoborghese, che ruotava intorno a Russoli, continuò a promuovere la Grande Brera ancora nel 1986, quando Rina Brion, presidente degli Amici, trovò finanziamenti dall'Istituto San Paolo di Torino. Cosa è accaduto dopo? È accaduto che a questo nucleo di «vecchia borghesia» progressivamente invecchiata, ma ancora resistente (è di un paio di mesi fa la donazione di un busto antico da parte di Carlo Orsi), non si sono aggiunte forze nuove. La Milano postmoderna non è riuscita a farsi carico dell'interesse collettivo sostanzialmente per due motivi: la sfiducia verso lo Stato e le burocrazie accentuatasi dopo Mani pulite e l'arroccamento dell'ultima borghesia, che ha favorito il familismo e sfavorito l'ingresso dei nuovi individui a un mondo culturale aperto, concorrenziale e non elitario. Difficile è anche prevedere un sostegno attivo alla causa della Grande Brera dal mondo digitale, con campagne virali o di crowdfunding. Si deve tuttavia rilevare che i lavori a Palazzo Citterio si sono sbloccati, come ricorda la Bon Valsassina, solo nel 2009 quando l'osteggiato «parvenue» Mario Resca, diventato direttore generale per la valorizzazione, vista l'impossibilità di avanzare con il progetto «Brera in Brera» diede corso alla vecchia idea di «Grande Brera» sbloccando l'intervento. Curioso notare, infine, che il blocco che oggi non vuole lasciare la sede dell'Accademia di Brera per consentire l'ampliamento della Pinacoteca sia costituito dall'alleanza tra una sinistra colta e conservatrice e i nativi digitali, che dovrebbero però essere quelli che fanno del sistema rete l'alternativa alla tradizione e al radicamento locale.