Pierluigi Paloschi Assessore al Bilancio Il Comune di Verona non ha mai dovuto vendere immobili per salvaguardare gli equilibri di bilancio. Il bilancio del Comune chiuderebbe infatti in pareggio. Non corrisponde al vero quel che ha affermato Sergio Noto martedì scorso sulla prima pagina del Corriere di Verona, cioè che il Comune di Verona abbia dovuto vendere immobili per salvaguardare gli equilibri di bilancio. Il bilancio del Comune chiuderebbe infatti in pareggio, anzi in avanzo di amministrazione, anche senza la cessione di beni immobili. Ed è stupefacente che ignori (e ancor più che lo ignori Paolo Zanotto che avendo fatto il sindaco per 5 anni, dovrebbe ben saperlo) che i proventi derivanti dalle alienazioni di immobili, compresi i palazzi storici, devono, per legge, essere destinati soltanto al finanziamento di investimenti, cosa che il Comune, ovviamente, ha fatto in questi anni, consentendo di realizzare investimenti in opere pubbliche. In sostanza, dal punto di vista patrimoniale non vi è stato alcun depauperamento del Comune. Chi conosce i bilanci del Comune di Verona, inoltre, sa benissimo che con i proventi della cessione di palazzi storici sono stati realizzati, o sottoposti a manutenzioni straordinarie che ne hanno aumentato il valore, altri beni immobili pubblici. Le procedure di vendita degli immobili comunali menzionate nell'articolo, così come tutte le altre alienazioni patrimoniali, si sono sempre svolte secondo prezzi sottoposti a specifica perizia di stima e anche i comuni cittadini, non solo gli esperti, sanno che le perizie dei tecnici del Comune, così come le perizie di tutti i professionisti nel campo del settore immobiliare, hanno registrato dal 2007 a oggi consistenti diminuzioni dei valori di riferimento a causa della ben nota crisi del mercato immobiliare. Inoltre, nel caso di vendita di immobili con vincolo culturale, è appena il caso di ricordare che il Comune ha sempre ottenuto l'autorizzazione all'alienazione prevista dalla legge. È vero invece che le cessioni immobiliari di questi anni sono state effettuate anche per consentire il rispetto degli obiettivi del Patto interno di stabilità che lo Stato e l'Unione Europea ci hanno di anno in anno imposto con valori sempre crescenti. Infatti, mai come in questi anni i limiti e i parametri imposti dallo Stato agli Enti Locali nell'ambito del Patto di stabilità si sono fatti così stringenti da richiedere l'adozione di misure straordinarie quali appunto le dismissioni del patrimonio pubblico. Per quanto infatti riguarda la vendita della caserma Principe Eugenio, di Palazzo Forti e di Palazzo del Capitanio (così come per l'alienazione di Castel San Pietro perfezionata sotto la precedente giunta Zanotto), gli immobili sono stati venduti dopo essere stati assoggettati a condizioni di utilizzo che ne hanno salvaguardato la fruizione pubblica e il valore artistico e culturale. Tali condizioni (ad esempio: obbligo di destinazione museale, obbligo di realizzare finalità di housing sociale, etc.) hanno inevitabilmente comportato una sensibile diminuzione dei valori di cessione, che l'Amministrazione ha deciso di accettare proprio perché ha contemperato le esigenze economiche con il mantenimento delle finalità di pubblico interesse cui gli immobili dovevano essere vincolati. Per quanto riguarda le operazioni con Cassa Depositi e Prestiti corre l'obbligo di ricordare che si tratta di vendite realizzate secondo i binari di una specifica disciplina normativa statale, che infatti riguarda anche (e soprattutto) la dismissione di immobili del Demanio dello Stato. A mio giudizio non può quindi ritenersi sbagliato che in quest'ambito venga venduta la ex scuola comunale Bon Brenzoni, di cui era completamente cessata l'attività didattica e che quindi risultava vuota, oppure l'ex convento San Domenico, occupato attualmente dalla Polizia Municipale che però dovrà essere comunque trasferita in altra sede più idonea e in linea con le normative in materia antisismica. Analogo discorso può essere fatto per Palazzo Pompei, visto che è stato già previsto il trasferimento del Museo di Storia Naturale a Castel San Pietro, e che pertanto risulterà vuoto fra qualche anno. Sicuramente l'Amministrazione poteva limitarsi a non decidere alcunché sulla sorte di questi contenitori e condannarli a un progressivo declino (Palazzo del Capitanio ne è un esempio lampante) senza che nessuno gridasse alla svendita dei gioielli di famiglia: sarebbe stato sicuramente più comodo ma a mio avviso non avrebbe risolto alcun problema. Questa Amministrazione ha semplicemente deciso di assumersi le proprie responsabilità operando delle scelte - vale la pena di ricordarlo - anche nell'interesse del patrimonio pubblico veronese, visto che le dismissioni di cui abbiamo parlato sono servite e serviranno anche per finanziare le opere pubbliche per il recupero di altri compendi di pregio (in primis, l'Arsenale) che diversamente rimarrebbero non fruibili dalla collettività. Infine, mi sia consentito stigmatizzare quella sorta di «provincialismo» che sembra caratterizzare alcuni politici e opinionisti veronesi nell'affrontare queste tematiche: nessuno va a vedere quel che accade in altre città, di questi tempi. Ad esempio, Venezia cerca di vendere non solo immobili per una trentina di milioni (per rispettare il Patto di stabilità 2014 ed evitare le sanzioni avute nel 2013), ma anche il Casinò. E Padova, negli anni, ha venduto le sue multiutility. Verona, invece, non ci pensa nemmeno.