la difesa della patria è dovere del cittadino: cosi recita l'art. 52 della Costituzione. Come si vede da altri articoli i padri costituenti non si riferivano solo ai confini del paese da aggressioni esterne ma alla difesa dell'insieme di valli, montagne, fiumi, laghi, coste, paludi, città, insediamenti e quadri geografici che sono il contesto che si chiama Italia. Difatti questi principi hanno la loro esplicita enunciazione nell'ossessivamente (e inutilmente) citato art. 9 della Carta: la Repubblica «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione». Il dibattito su questo articolo durò un anno, dal 1946 al 1947, e si giunse a una formulazione efficace nella sua secchezza che è un unicum al mondo e parte dei principi fondamentali dello Stato. La tutela del paesaggio risaliva alle leggi di tutela dell'Italia liberale (1902, 1909), alla legge Croce (1922), alle leggi Bottai (1939), di fatto scritte da Argan e Brandi, e alla legge urbanistica (1942) scritta anche da Piccinato. Le leggi nulla avevano di fascista. L'art. 9 ometteva - e fu dimenticanza gravida di conseguenze - l'assoluta rilevanza della conservazione della natura, intesa non come valore estetico (il paesaggio di Croce e Bottai), ma quell'insieme antropo-geografico che è lo scheletro portante dell'Italia, con i suoi muscoli e il suo sistema venoso. Qui non si tratta di valori estetici "di non comune bellezza", ma dell'essenza della natura con le leggi scientifiche che la governano: essa costituisce quell'insieme che oggi si indica come ecologico. Va da sé che questa debolezza intrinseca veniva surrogata nel rimando «alla cultura e alla ricerca scientifica» di un altro articolo della Carta. Sul tema sono intervenuti insigni giuristi e storici, e i più sono giunti alla conclusione che nel corso della storia repubblicana questi stessi principi fondanti sono stati nel tempo annacquati o distorti da revisioni, sentenze, addenda nel cui merito è impossibile soffermarsi. Ma non v'è dubbio che alla radice di tutto l'impianto giuridico, storico e culturale del paese grava quel che Enrico Bellone, uno storico della scienza, ha ottimamente esposto nel suo saggio "La Scienza negata" (Codice, 2005), inopinatamente trascurato anche dai più attenti esegeti del disastro Italia. Il male è dunque antico ed è radicato nella sottovalutazione delle scienze nella cultura e nella politica dell'Italia contemporanea. Quale senso ha difendere i paesaggi di Piero della Francesca (siano quelli dipinti o quelli reali) se non si tutela quel sistema complesso e interdipendente che ne è la base? La consapevolezza della scienza rimanda a Galileo Galilei, il rispetto della natura e del territorio a Carlo Cattaneo, a Giustino Fortunato fino a Emilio Sereni, Manlio Rossi-Doria e Lucio Gambi. Ignorando o fraintendendo questi termini si rischia di trasformare il paesaggio in un pretesto (il bello di Piero) e dimenticare la sostanza che è nei suoi dipinti. La schizofrenica scissione tra arti e scienze è alla radice del drammatico spettacolo di cui siamo impotenti spettatori quando vediamo un piccolo fiume come Bisagno devastare una gloriosa città come Genova. Eppure tutto si sa dalla puntualissima indagine idrogeologica e normativa di Renzo Rosso, "Il Bisagno. Il fiume nascosto" (Marsilio, 2014). Gli articoli citati della Carta non nascevano dal nulla, ma dalla legislazione dell'Italia preunitaria che almeno alcuni dei padri costituenti dovevano ben conoscere. Il Lombardo-Veneto, parte dell'Impero Asburgico, aveva un sistema di controllo del territorio esemplare; a partire dai primi del Settecento Vittorio Amedeo II di Savoia, con spirito illuminato e mosso da dominanti ragioni militari, organizzò il sistema stradale e idraulico con esiti di rispettabile tenuta; si sa bene quanto Cavour fosse stato appassionato e consapevole nell'affrontare i problemi della gestione agricola delle campagne e montagne piemontesi. La Repubblica di Venezia fino alla sua caduta nel 1799 aveva leggi severissime per la gestione non solo delle acque, ma dei territori. Ancora oggi navi da crociera solcano incessantemente la laguna sostando dinanzi al Bacino di San Marco e, a ogni passaggio, fanno tremare chiunque ami la città. Nel 2012 ne sono passate 1.278 con 1,1738 milioni di passeggeri: un crescendo che fa paura se si scorrono le statistiche degli ultimi dieci anni. Navi alte come palazzi di 22 piani e lunghe due volte piazza San Marco. Hélas. Un gingillo alla mercé di un capitano distratto o di una manovra sbagliata. Ma gli annunciati divieti continuano ad essere procrastinati e il progettato canale è soluzione da far rabbrividire. Quando per le navi da crociera potrebbe essere utilizzato il porto di Marghera, senza spendere un euro. Il Gran Ducato di Toscana ebbe come reggente Francesco di Lorena, sposo dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria, a cui successe il loro figlio Pietro Leopoldo I nel 1765: fu la fortuna di questo Stato che rientrò in un sistema di gestione e di controllo del territorio del tutto simile a quello asburgico. Non è un caso che in una mappa comparata dell'Italia post-unitaria, liberale, fascista e repubblicana queste regioni hanno retto - fino a mezzo secolo fa - assai meglio di quanto non sia accaduto in altre aree del paese. I vasti territori dello Stato Pontificio e del Regno di Napoli erano terre vituperate da viaggiatori di ogni nazione per lo stato d'abbandono di strade, fiumi e montagne. Gottfried Seume, un illuminista eretico, viaggiando a piedi per l'Italia alla volta della Sicilia nel 1802 scrive: «La pioggia aveva portato rovine su tutta l'Italia e guastato le strade». Lo spettacolo è di desolazione: «La pioggia aveva causato dovunque danni immensi; soprattutto il così detto Canale Bianco aveva, con la rottura degli argini, prodotto enormi devastazioni a destra e a sinistra. Molte centinaia di uomini lavoravano agli argini e dovranno lavorare per anni prima che sia tutto riportato all'ordine primiero. E qui si manifesta la miseria più nera, in un tratto paese altrimenti fertile, dove però i fiumi e i grandi canali richiedono ogni manutenzione». Sembra di leggere una cronaca della spaventosa alluvione del Polesine del 1951: a cui seguiranno i disastri della Calabria e di Salerno (1953 e '54), del Vajont (1963), della frana di Agrigento (1966), del Piemonte (1968), di Genova (1970), della Calabria (ancora 1973) e si può continuare in questo luttuoso elenco fino a Genova e Parma di ieri l'altro. La "linea della palma" di cui scrisse Sciascia ha risalito la penisola. Ma quando arriverà il maltempo nel Mezzogiorno non bisogna essere una Cassandra per prevedere cosa accadrà. Come si prepara l'Italia di Renzi a questi eventi? Quale programma è stato varato perché si ponga mano allo sfascio della Bella Italia? Se si consultano i dati forniti da enti pubblici e istituti di ricerca preposti a questi temi si resta senza fiato. Tra le priorità strategiche per l'economia e lo sviluppo del Paese c'è il rischio idrogeologico, il territorio nazionale è fragile e l'erosione edilizia si mangia campagne e aree urbane con una voracità in ascesa esponenziale. Mettere al sicuro il paese sarà un'impresa ciclopica: esige ingenti risorse per alcuni decenni e un lavoro di manutenzione quotidiana che va programmata. Il Ministero dell'Ambiente ha calcolato che sarebbe necessario un miliardo all'anno. Dove sono nel decreto Sblocca Italia? Il dissesto idrogeologico interessa l'82 dei Comuni, 6 milioni di cittadini abitano in un territorio ad alto rischio idrogeologico e 22 milioni in zone a medio rischio. A cui si aggiunge il rischio vulcanico. Tra il 1944 e il 2011 il danno economico prodotto in Italia dalle calamità così dette naturali supera 240 miliardi di euro, con una media di circa 3,5 miliardi all'anno. A prescindere dalle vite umane immolate e dalla salute degli italiani. Una politica saggia che guardi al futuro deve occuparsi di questi temi. Nel 1966 Venezia rischiò di sprofondare nella laguna e l'alluvione di Firenze ridusse allo stremo la città. Niccolò Machiavelli con parole premonitrici, diffida il Principe che «in tempi quieti» non provvède «con ripari e argini» affinché l'impeto dei fiumi non divenga «né sì licenzioso, né sì dannoso». Il concittadino Renzi e taluni confusi ministri che gli sono attorno, fatto salvo Padoan, sarebbe indispensabile che leggessero Machiavelli e riflettessero sul da farsi. Qui e ora. http:www.inu.itwp-contentuploadsEspressodeseta24ottobre2014.pdf