MAURIZIO Cattelan, si dice che Torino le sia piaciuta molto. È così? «Beh sì, potrebbe essere la nuova Berlino e attrarre tanti giovani negli ex spazi industriali. Questa è una ipotesi, l'altra è che diventi una città conservatrice, che fatichi a convivere con un 50 per cento di stranieri e immigrati, come Marsiglia: sono scelte che dipendono dall'amministrazione. La vostra è una bella città, avete le montagne e il Po, a Milano c'è solo il Naviglio. Adesso poi ci sono pure i grattacieli... ». Ha una ricetta da proporre per andare nella giusta direzione, verso la creatività? «Bisogna essere aperti e promuovere il nuovo. Ma qui è difficile: in ogni angolo ci sono i Vittorio Emanuele e le Maria Giovanna: è vero, Torino guarda al futuro, ma anche, e molto, al passato. Eppure, nonostante questo, grazie ad alcune persone capaci negli ultimi anni la vostra città ha portato via a Roma e Milano il primato dell'arte contemporanea. La città insomma è a un bivio, tutto è possibile, si vedrà quello che succederà». Parliamo della mostra "Shit and Die": perché la forca? «Era la prima volta che ne vedevo una e ho voluto presentarla al pubblico. In fondo sono tre pezzi di legno con due scale, ma hanno molto da raccontare. Quando siamo venuti a Torino, con le altre curatrici, abbiamo chiesto quali fossero le cose più curiose e meno conosciute da vedere: ci hanno suggerito i musei della Montagna, della Sindone e il Lombroso, da cui arriva la "Forca di Torino". Un tassista ci aveva portato prima a Porta Palazzo, spiegando che lì la città si divide in due, una parte più sicura e l'altra per niente, poi sul luogo dove si impiccavano i condannati. Ecco allora l'idea di portare la "forca" in mostra». Comeharappresentatountema così drammatico? «Guardi, la forca è un oggetto da vedere, fa venire i brividi. Al Museo Lombroso è inserita in un percorso: anche qui, dove costituisce uno dei sette capitoli della mostra, abbiamo voluto ricostruire un contesto. C'è per esempio, prestato dal Museo di Anatomia, il dipinto che raffigura Giorgio Orsolano, detto la Jena di San Giorgio, come un santo o la Madonna, in mezzo alle nubi, con la forca sotto di lui: era un macellaio assassino seriale, che secondo la leggenda confezionava salumi utilizzando carne umana». C'è anche un intento polemico nei confronti di un tema così attuale, pensando per esempio all'impiccagione in Iran pochi giorni fa di Reyaneh Jabbari? «Ci sono storie, come questa della donna iraniana, che ci commuovono di più. Ma solo ieri l'Isis ha ucciso 31 persone, ogni giorno ci sono esecuzioni che magari ci colpiscono meno. La mostra non intende fare polemica: proprio come nei giornali, si vuole suscitare un dibattito, qualcosa di costruttivo. Anche per questo abbiamo appeso al balcone gli stendardi».