L'OPINIONE Dovrebbe essere vero, visto che dopo le recenti apparizioni a Venezia del ministro Franceschini, si è venuto a sapere che tra una settimana o poco più potrebbe entrare in vigore la riforma di quanto è competenza del ministero per i Beni e le attività culturali, cui di recente è stata aggiunta la lettera T di Turismo. Dunque, sta per giungere in porto una "tempesta perfetta", che è andata raccogliendosi all'interno di un Ministero in modo talmente insensato da poter perfettamente distruggere l'impianto culturale,anche amministrativo, di quel poco che restava di una corretta politica per i Beni culturali, che, sviluppatasi nel corso di alcuni secoli, ha rappresentato un indiscutibile primato di civiltà dell'Italia. Per comprendere l'insensatezza di quanto sta per accadere, è sufficiente riflettere su ciò che accadrà a Venezia e nel Veneto. Istituite una diecina di anni fa le direzioni regionali di questo Ministero hanno rappresentato la possibilità di governare, in raccordo con Regioni ed enti locali, i territori, soprattutto sul versante paesaggistico, ma non solo. Quindi un punto di raccordo decentrato che, quando lo si è voluto far funzionare, è stato un fattore più che positivo, se non altro nel tentativo di applicare sul serio il codice dei Beni culturali e del paesaggio. Le Direzioni regionali di fatto sono cancellate, venendo depotenziate con il togliere loro il personale e pertanto annullando quel ruolo di controllo culturale e amministrativo dei territori in cui diverrà assai difficile esercitare il principio costituzionale della tutela. Al loro posto si avrà il ritorno al centralismo ministeriale, con appresso lo sfarinamento tra le varie Soprintendenze di quanto fin qui ha rappresentato, nonostante limiti e difficoltà pesanti, un punto unitario di riferimento (appunto le direzioni regionali) per analisi, giudizi, applicazione di vincoli, concessione di interventi su di una scala territoriale ampia, la sola in grado di assicurare realmente la tutela. Questa controriforma prevede la nascita delle cosiddette Soprintendenze miste, il che porterà al declassamento delle Soprintendenze storico-artistiche. Per la verità, da molti anni il valore e il ruolo della storia dell'arte li si è voluti, più che marginali, inesistenti. Il regresso della storia dell'arte nella nostra società - ne farà fede clamorosa il più che prossimo svilimento delle Soprintendenze guidate da storici dell'arte - è dovuto al prevalere di una mentalità, essenzialmente politica, volta a negare il diritto di esistenza alla cultura. O che altro è la storia dell'arte se non il racconto della cultura, a iniziare da quella italiana che, nata e progredita nella città, è diventata grande sperimentando possibilità infinite, in nome e per conto di un'idea di libertà? E che a Venezia siano venuti meno i benefici derivanti dalla cultura, cioè proprio da un consolidato sapere storico-artistico, lo si può constatare guardando a cosa sta diventando piazzale Roma o a cosa è già diventato al Lido quell'altro piazzale, il Santa Maria Elisabetta che di peggio, di più brutto, di meno colto non sarebbero riusciti a fare nemmeno a Tirana al tempo della dittatura. Così l'incommensurabile,preziosissimo e fragile patrimonio d'arte e di storia di Venezia, a seguito della controriforma Franceschini, rientrerà nella responsabilità di un architetto e non di uno storico dell'arte. O peggio, le Gallerie dell'Accademia di Venezia (il cui iter di restauro, riordinamento e ammodernamento non è stato ancora ultimato) e con esse la Galleria Franchetti a Ca'd'Oro, Palazzo Grimani, ecc., verranno affidate prioritariamente alle cure di un qualche manager e dei privati, perché, come narra la banalità vigente, solo in tal modo si potranno "valorizzare" i grandi musei italiani. Insomma, quella che prevarrà sarà una logica politica e culturale ostile alla nozione di bene comune. E pensare che le Gallerie dell'Accademia hanno conosciuto nell'arco di circa 130 anni alla loro direzione alcuni tra i maggiori storici dell'arte, da Adolfo Venturi a G.B. Cavalcaselle, da Gino Fogolari a Vittorio Moschini. E ognuno di costoro seppe essere funzionario pubblico educato alla scuola storica. Impossibile però tralasciare il nome di uno degli ultimi grandi Soprintendenti veneziani,Francesco Valcanover. Valcanover interpretò quel ruolo con la competenza e la passione dello storico dell'arte, ma seppe anche, da funzionario pubblico, attivare una rete nazionale e internazionale in cui consenso e finanziamenti furono così vasti, articolati e mecenateschi da rendere possibili interventi di restauro e salvaguardia per davvero eccezionali, forse irripetibili. Di sicuro irripetibili, se si pensa ai possibili manager in arrivo qui come nel resto della migliore Italia museale. È triste dirlo, ma l'attuale direttore delle Gallerie dell'Accademia, il più che meritevole Giulio Manieri Elia, è destinato ad essere l'ultimo storico dell'arte ad avere voce in capitolo nei riguardi della Tempesta di Giorgione e di quanto amiamo più di noi stessi, se solo ci fermiamo a osservare ciò che la storia dell'arte ci ha insegnato a conoscere come Jacobello del Fiore, Carpaccio, Tiziano, Lotto, Tintoretto e tutti gli altri di una galassia di arte e di storia a cui stanno togliendo i guardiani.
La tempesta perfetta che spazza via i guardiani dell'arte
Il ministro Franceschini sta per introdurre una riforma che cancellerà le direzioni regionali del Ministero per i Beni e le attività culturali, sostituendole con Soprintendenze miste. Questo provvedimento porterà al declassamento delle Soprintendenze storico-artistiche e alla perdita di controllo culturale e amministrativo dei territori. La riforma è vista come un passo verso il centralismo ministeriale e la negazione del diritto di esistenza della cultura. La perdita di controllo culturale porterà a una diminuzione della tutela del patrimonio artistico e storico di Venezia, che sarà affidato a un architetto e non a uno storico dell'arte.
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