A fine mese l'apertura della struttura archeologica a Palazzo Ingrassia diretta da Edoardo Tortorici, docente di Topografia antica all'università di Catania Due asce di pietra del IV millennio a. C. per tuffarsi nella preistoria, una pisside di età ellenistica la cui bellezza ha stregato i musei americani e, per incuriosire studenti e appassionati, anche quei falsi policromi di terracotta che hanno ingannato archeologi, storici dell'arte e beffato persino il Duce. E' un lungo viaggio nella nostra storia quello che si potrà seguire nel nuovo Museo ARCHEOLOGICo universitario di Catania che aprirà i battenti a fine novembre a Palazzo Ingrassia. «Una storia scandita da ben 400 pezzi per la prima volta a disposizione della città - annuncia con orgoglio il professore Edoardo Tortorici, ordinario di Topografia antica all'Università di Catania, direttore scientifico del Museo, studioso appassionato e brillante che fa venir voglia di correre a scoprire la città con occhi nuovi. «Sarà il primo Museo ARCHEOLOGICo della città ed è una grandissima soddisfazione per me, per i miei allievi e per i miei collaboratori che hanno lavorato per realizzarlo - spiega - La gran parte dei pezzi esposti proviene dalla collezione di Guido Libertini, archeologo e rettore dell'Università negli anni '50. Una collezione che gridava vendetta, che per anni è stata conservata nei magazzini della Sovrintendenza, e della quale fanno parte anche le monete greche e romane che monsignor Ventimiglia donò all'Università di Catania e che proprio Libertini ritrovò conservate in due bellissimi monetieri del 700 che pure saranno esposti al Museo». Un percorso dalla preistoria al periodo tardo antico distribuito in sei stanze che comprende anche altri pezzi. «Da alcune ricerche all'archivio della Sovrintendenza di Siracusa - prosegue il prof. Tortorici - ho scoperto documenti in cui Paolo Orsi, direttore del Museo ARCHEOLOGICo, scrive al rettore Capparelli per donare 10 vasi provenienti da Megara Hyblaea per realizzare un museo didattico. Siamo nel 1898». Ci saranno anche le "patacche" del falsario di Centuripe, Antonino Biondi. «E' un po' una chiave di lettura storiografica: testimoniano il commercio antiquario attivo in Sicilia. Alcune sono molto belle, ingannerebbero chiunque - prosegue il prof. Tortorici - Gli oggetti, i vasi, le statue sono esposti con un criterio cronologico e tipologico corredati da pannelli esplicativi». Dopo una storia un po' travagliata, e partita nel lontano 1997, il Museo è già pronto. «Grazie ai fondi del Progetto Catania-Lecce è stato possibile restaurare l'edificio e organizzare l'allestimento, studiare, schedare, catalogare e fotografare i pezzi. Ma il progetto aveva coperto il 90 del lavoro e si è bloccato tutto. Io e i miei colleghi e collaboratori (G. Biondi, G. Buscemi) abbiamo fatto tutto quello che era possibile per mettere a disposizione della città questo patrimonio. Gli oggetti sono già ordinati e nelle vetrine, ma manca ancora qualcosa, ad esempio le barrette in plexiglass per sostenere alcuni pezzi. Ci siamo rivolti al rettore per compiere quest'ultimo sforzo e poter inaugurare ufficialmente il Museo oltre a realizzare un catalogo da pubblicare entro l'anno che raccolga gli studi fatti su vasi, oggetti e frammenti in esposizione». Il professore Tortorici è uno studioso dall'entusiasmo contagioso e dalle passioni travolgenti. Nato a Roma, è arrivato a Catania nel 1992 come docente, ed è rimasto, dice sorridendo, «avviluppato da questo abbraccio barocco», continuando inarrestabile a realizzare progetti. Al telefono lo raggiungiamo mentre si trova a Contrada Pianotta, a Calatabiano, «dove stiamo scavando una necropoli», spiega; dirige la collana di Topografia antica che ha dato recentemente alle stampe un nuovo volume, "Tradizione, tecnologia e territorio II", con ricerche che spaziano, per fare qualche esempio, dal cosiddetto Arco di Marcello a Catania (lo stesso Tortorici e Vincenzo Ortoleva) alle barchette fittili siceliote (Piero Alfredo Gianfrotta), dall'epigrafe di Iulia Florentina (Antonio Tempio) al territorio di Sferro (Francesca Maria), «argomenti da specialisti, ma con un linguaggio sempre accessibile. Abbiamo pensato di raccogliere aspetti meno noti o di fornire osservazioni nuove su quelli più noti», commenta. Ma come è cambiata la Topografia? «E' andata di pari passo con le scoperte tecnologiche. Computer, foto, aerei e adesso anche i droni ci consentono di fare molto di più. Le macchine fotografiche subacquee, ad esempio, hanno permesso di fare passi da gigante in un campo che può regalare ancora tante scoperte». Ma i fondi per l'archeologia subacquea italiana sembrano disperdersi in mille rivoli e anche i progetti più importanti faticano ad arrivare in porto. E' il caso della nave greco arcaica di Gela, un tesoro del Mediterraneo, tornato alla ribalta in questi giorni di crisi dell'Eni, al cui studio e recupero ha partecipato il professore. «Una delle poche navi complete e restaurate in Italia che però nessuno può vedere ricostruita perché non ci sono mai abbastanza fondi. In realtà i soldi ci sarebbero, quella che manca è la volontà politica di scegliere di realizzare alcuni progetti». Uno, necessario e ambizioso, riguarda la città che lo ha adottato. Quella Catania «in cui ci sono davvero tanti resti monumentali antichi, terme, odeon, teatro... », la città che storiografi del '500 o del '600 «glorificavano inventando stupidaggini per nobilitare le origini o giustificare le memorie agatine». Con la voglia di mostrare «alcuni aspetti della vita della città, l'economia, la vivacità della classe dirigente, le case, i quartieri dove si abitava». Per questo spera di completare entro il 2015 «una carta archeologica di Catania, la prima idea che ho pensato di realizzare quando sono arrivato. L'ultima carta archeologica è del 1887. Gli interessi economici sono molto forti perché non si sappia cosa c'è sotto la città e non c'è la volontà di conservarlo. Gli inglesi dicono che il futuro urbanistico di Londra dipende dal suo passato... Catania è una città a continuità di vita, rimasta nel punto in cui è stata fondata su insediamenti preistorici ed è stata sempre abitata. Se voglio far passare la banda larga posso sapere se sotto il marciapiede ci sono terme romane e così avremmo uno strumento per progettare lo sviluppo, senza perdere la storia». Una nuova ricerca? «A Palazzo Ingrassia una lapide del 1889 ricorda che lì c'era un grande impianto termale. Sarebbe bello fare uno scavo nel luogo dove si studia, creare un laboratorio all'aperto». 01112014