EPPURE, sopra a quei disegni distesi sul tavolo, il pensiero di Piano va alla tragedia del 9 ottobre. «Ero a Parigi spiega tornando con la memoria a quei tragici giorni Quando sono arrivate le immagini dell'alluvione, nello studio è calato il silenzio. Lì lavorano molti italiani e genovesi, che tristezza, che amarezza. Veniva voglia di gridare basta. La Genova dei due milioni di abitanti, quella che dopo gli anni Settanta diede il via all'esplosione speculativa, non è mai esistita». L'Architetto ha appena letto l'intervento di Federico Rampini, editorialista e corrisponde da New York di Repubblica, che racconta di come New York abbia affrontato l'emergenza dell'uragano Sandy con cui lo stesso Piano ha fatto i conti per il cantiere del museo Whitney: chiamando a raccolta le personalità di riferimento della città, professionisti, esperti, accademici. «Ha ragione Federico Rampini dice Piano Bisogna fare nel presente cose concrete, immediate. In Giappone la previsione del sisma è una costante. E quando un rischio è iscritto nell'ordine delle cose non è più fatale e ci si prepara a costo di aspettarlo inutilmente». Se il Comune di Genova le chiedesse di far parte di un comitato di saggi chiamato a intervenire di fronte alle grandi emergenze, come fece l'ex sindaco di New York Bloomberg, che cosa risponderebbe? «Mi sono mai tirato indietro per la mia città? Non lo farei nemmeno in questa circostanza. Ma la verità è che per temi come questi bisognerebbe coinvolgere i massimi esperti. E qui a Genova, forse tutti non lo sanno, abbiamo la migliore scuola di Idrogeologia d'Italia. È a loro, all'università, che bisogna chiedere come affrontare e gestire questo problema». I cantieri del suo studio di Manhattan hanno vissuto l'uragano Sandy... «Se è per questo abbiamo avuto terremoti in serie quando lavoravamo in Giappone, a Osaka, 36 in cinque anni. Ma ci siamo sempre confrontati con tecniche di prevenzione molto rigide, in Giappone, come a Londra e a Parigi. Il punto in comune è esattamente questo: la prevenzione va applicata in modo scientifico». Tradotto in genovese? «Inserire il rischio alluvione nella quotidianità, affinché non si possa più dire "è stata una fatalità". Non può, non deve esserlo. Facciamo come nel Deserto dei Tartari, sempre pronti all'invasione. Cominciamo dall'approfondire tutti gli aspetti idrogeologici del problema, discutiamone a fondo, fissiamo dei paletti. Se lo ricorda l'Urban Lab?». Sì, perché? «Otto anni fa tracciammo due linee, una verde e una blu, una a monte e una valle. Linee che non vanno in alcun modo valicate perché, sopra quella verde, non è più tempo di costruire sulle colline periferie insostenibili e, sotto quella blu, di aggiungere cemento in mare. C'è una parola un po' strana, tempo di corrivazione, che ci indica appunto il tempo in cui la pioggia si trasforma in rivo. Ecco, noi dobbiamo smetterla di costruire, perché questo non fa che favorire il rischio idrogeologico. Dobbiamo espanderci in modo diverso ». E quale sarebbe? «Dobbiamo espanderci per rammendo. Fra le due linee, quella verde e quella blu, ci sono tanti interventi possibili, tanti rammendi da fare in questo territorio senza bisogno di costruire alcunché. Penso a tutti i terreni industriali dismessi, agli spazi abbandonati che si possono rivitalizzare. Guardi che questo non è un approccio di "non crescita", come può pensare qualcuno, ma di razionalizzazione degli spazi esistenti». Però, architetto, anche il suo "Disegno Blu" prevede di costruire nuovi volumi nell'area portuale. Non è costruire anche questo? «Noi portiamo acqua e demoliamo volumi che non servono più. Crede che questo sia un progetto di cementificazione? No, è di de-cementificazione ». Chi lo dice? «Non lo dico io, ma i numeri: demoliamo 330mila metri cubi e proponiamo di costruire per120mila.Guardibeneildisegno(Piano indi-ca con la matita ogni elemento del Blue Print n. d. r.), eccoifamosi48milametriquadratidinuove costruzioni, 12mila sono di attività miste lungo il fronte di corso Aurelio Saffi fino al livello della sopraelevata, 24mila sono alle spalle del Padiglione B e altri 12mila lungo la passeggiata del nuovo canale. E non dimenticate che con questo progetto l'acqua entra dentro al Palasport e dà vita una darsena coperta bellissima, la più bella del mondo secondo me, diecimila metri quadrati sui ventimila complessivi del padiglione». Architetto, il "Blue Print" arriverà fino in fondo? «Cominciamo con il chiarire una cosa: sono venuti qui da noi i tre rappresentanti delle istituzioni, Comune, Regione e Authority, e ci hanno chiesto per iscritto la nostra disponibilità a occuparci del waterfront di levante. Noi abbiamo ri- sposto di sì, sempre per iscritto, chiedendo come pre-condizione la sintonia di vedute fra enti. Non siamo noi che ci siamo fatti avanti. Dia un'occhiata qui intorno, vedrà subito che il lavoro non ci manca. Siamo costretti a dire no tante volte, ma alla nostra città abbiamo detto sì». E ora che succede? «Il 31 dicembre consegniamo il Blue Print e lo facciamo a titolo gratuito, vorrei che anche questa cosa fosse molto chiara. Ho infatti chiesto che i soldi del progetto stanziati dalla Regione siano destinati ai concorsi per i giovani progettisti. E ho anche chiesto un'altra cosa, prima di accettare: che non venga sconvolta l'integrità dell'idea». La sintonia le è stata manifestata apertamente. La registra sempre o vede già emergere differenze? «Alla presentazione c'è stata chiarezza assoluta, a cominciare dal sindaco Doria, che ha spiegato come questo non sia un progetto speculativo, per continuare con Burlando e con Merlo. Per me conta questo». Quindi si può procedere. Ma io le chiedo ancora: si arriverà fino in fondo? «Se qualcuno dicesse: "Facciamo un grande progetto", sarebbe un pazzo. Questo, infatti, non è un grande progetto, ma un progetto di "rammendo". L'Affresco poteva esserlo, ma questo è un intervento che punta a togliere cemento, a razionalizzare spazi, a ridare acqua al porto e alla città. L'abbiamo chiamato "Blue Print" perché il blu è il colore del disegno quando diventa esecutivo. Si può fare, mi creda, anche con costi contenuti». Un progetto molto genovese... «Nessuno riesce a fare queste cose meglio di noi genovesi. E il termine genovese per me non è affatto riduttivo, ma mi onora, perché vogliamo ridare alla città un rapporto luminoso, solare, mediterraneo con il suo mare. Qui non si vuole costruire, ma recuperare appunto il rapporto con il mare, che non è un mare balneare, ma operoso, con le sue fabbriche sull'acqua». Ma l'acqua potrà "muoversi" lungo il canale? «Già dieci anni fa pensammo a una nuova diga che attraverso il moto ondoso crea energia e ossigena l'acqua del porto. Ora ci si sta attrezzando proprio in questo modo, con l'obiettivo di far ritrovare a Genova il suo mare. Lo abbiamo già fatto a Oslo, e lo stiamo facendo ad Atene. Possiamo farlo anche a Genova, abbattendo i volumi che non si utilizzano più, come il Nira e i padiglioni della Fiera». Lo Yacht Club si oppone al tombamento del Duca degli Abruzzi e ha chiesto l'intervento della Sovrintendenza. «Sono socio dello Yacht Club, ho la barca in porto, esco in mare ogni volta che vengo a Genova. E infatti la nautica trova in questo disegno molto più spazio rispetto a oggi. Guardi qui ( in-dica il Duca degli Abruzzi n. d. r.). Aibaciniarriverà la Concordia, che ha bisogno di grandi piazzali. Come possono starci le barche? Noi per lo Yacht Club raddoppiamo gli spazi, la sede resta come museo e in darsena c'è la nuova sede operativa. Noi dividiamo gli spazi fra nautica e riparazioni navali, questa è la fabbrica del porto, un'attività di straordinaria competitività, non farle funzionare sarebbe assurdo. Danno lavoro a tremila persone e consentono a Genova di continuare a essere grande. Noi possiamo dare loro lo spazio necessario per crescere». E la nautica? «Anche la nautica cresce con gli accosti lungo il canale e in darsena. Non siamo forse di fronte a un Salone Nautico che cambia pelle, che ha sempre meno bisogno di spazi a terra e sempre più di acqua? Facciamo riemergere l'acqua, togliamo cemento e, se ci fosse contestualità, potremmo subito far partire i cantieri, limitando il movimento dei camion in città. Si può fare a condizione che... «. A condizione che? «Si esca dalla difesa del proprio interesse particolare e ci si muova per il bene della città. Braudel diceva che i genovesi sono difficili, ma lucidamente intelligenti. Ci sono cose che è bene fare per la propria città. Non dovremmo dimenticarlo ».