SI DIVENTA forse più esigenti, o più indulgenti, più tolleranti, quando l'età si fa abbastanza tarda, e se ne sono viste parecchie? Più sofisticati e sofistici, dunque più perfezionisti, o piuttosto di manica larga e bocca buona?... Una manciata di bassi profili, fuochi di fila, patate bollenti, pistole fumanti, fumate nere, trasgressioni, provocazioni, tendenze per caratterizzare gli interventi, alternative controcorrente sul piede di guerra a tutto campo e ad armi pari, spezzando magari una lancia nella misura in cui? In campana, in panchina, in trincea, in crisi... Ma giungendo da varie esposizioni recenti di quadri antichi sulle loro pareti Hans Memling alle Scuderie quirinalizie, i Guercino lasciati da Denis Mahon ai musei bolognesi questo sbizzarrimento televisivo alla Biennale di Architettura può lasciar frastornati, intontiti. Tanto più, ripartendo dai "Fundamentals". Cioè, dal pavimento al soffitto, i corridoi, le porte, le finestre, le scale anche mobili, i bagni, i balconi, gli ascensori... Controversi, intelligenti, abnormi, razionali, irragionevoli, o tutto sommato fatui e sciocchi? Precari? Effimeri? Irriverenti? E se Qualcosa Sta Cambiando?... Diversamente Diligenti? Diversamente Dissacranti? Diversamente Inquietanti? Diversamente Ironizzanti? Diversamente Fils Rouges? Fuori dal Cilindro, dal Coro, dal Vaso? Alla Frutta, allo Sbando, al Palo? Ambientini? Tra i "Fundamentals" le facciate, i caminetti, le rampe non ci può stare un tavolo? Magari, da "aprire": apriamo un tavolo! Nonché: a tavolino!... E gli Antichi Sapori, nelle moderne cucine mai considerate? Antri Fumosi? Aree Anziani? Rabbia di mamme, nonne, zie impegnate... «Architettura non architetti» è il motto sull'ultima pagina del catalogo. E trovo una foto da La Bella di Lodi , accanto a «Tortona Stories». Ma non vi si racconta che avveniva nella tenuta di Dino Grandi, già conte di Mordano, ov'era la fattoria con le mungiture moderne. E Grandi stesso ci aveva donato il suo assenso, in un salone afoso con tende pesanti contro il caldo. E la dama sportiva era la moglie di un illustre motonauta bresciano. Così, fra tanti sberluccicamenti televisivi, magari anche polverosi, chi riesce a capire l'Italia, com'era e com'è? Temporanea? Momentanea? O sempre immutabile, sotto sotto, sempre lei? Alla Fenice, per un Don Giovanni mozartiano di ottima routine, con spostamenti continui di analoghe pareti eleganti di damaschi e appliques, sia per gli interni fini sia per le circostanze villerecce, si ha tutto il tempo di riconsiderare il libretto. Contro ogni probabilità realistica! «Purché porti la gonnella» può spiegare parecchio? Trattasi di meretrici? Lorenzo da Ponte non poteva ignorare l'usanza dell'harem, in quella contrada. E così, «in Turchia novant'una», bella forza! Tanto più, sempre a piedi. Mai una carrozza, o un altro mezzo di trasporto. (E non per nulla, nel Dom Juan di Molière, con regia di Ingmar Bergman, a Salisburgo nel 1983, tutto un traffico di pediluvi: acqua calda, catini, vaschette, saltrati. Scene e costumi di Gunilla Palmstierna). Ma appare anche fin troppo scombinata la faccenda dello sposalizio fra Zerlina e Masetto. Don Giovanni e Leporello passano di lì a piedi. Alla Fenice, passano addirittura da un salotto a un altro. Ma nessuno, lì, nei suoi paraggi, ha mai sentito parlare della sua nomea, del suo palazzo, del suo casinetto? Tutta fuffa? Mah. Chissà se si usava dire «un dongiovanni», prima. Confetti? Sorbetti? E la statua del Commendatore già lì pronta, a due passi, equestre, nel suo cimitero, con Donna Anna che non ha ancora finito di lamentarsi? E però lascia evidentemente aperte le varie porte... Circa poi l'odor di femmina e l'odorato perfetto, basterà guardare una carta della Spagna: da Burgos a Siviglia, sono centinaia di chilometri, con o senza soste in qualche locanda a Madrid. Con o senza docce, o bagni? "Toilets", si chiedono i "Fundamentals" dell'architettura nel central pavilion, ai Giardini. Quante ombre addosso ai personaggi. Sono "doppi"? Ci si può sbagliare, fra le grandi maestose e le giovin principianti, le cameriere, le cittadine, le contesse, le baronesse... «A forza di danari», è ovvio. «Ma el Bergom, senza fà tanto spuell, saravel ricch, saravel cavalier se nol gh'avess avuu quell tocch d'usell?»... E qui si entra nelle "giavanade" con Carlo Porta, contemporaneo peraltro di Lorenzo da Ponte. Ma fra le Donne Anne e le Donne Elvire e le Zerline, e le mammine che sbraggiano «Dür, e ch'el düra, e citto vessighett», questo baritono che si è visto alla Fenice appare più scarmigliato che scapestrato. Oppresso da ambasce? E Don Giovanni le comunica a Leporello, che se ne va all'osteria a trovar padron miglior. E quale mai? Scartando il Dancairo e il Remendado, nonché Figaro (per cui serve un notevole professionismo «di qualità»), forse rimane soltanto un solito Conte d'Almaviva, con «Ecco ridente in cielo, spunta la bella aurora». Ma già subito contraddetto: «Di rider finirai, pria dell'aurora!». O magari, nelle Nozze di Figaro: «Se vuol ballare, Signor Contino, il chitarrino, le suonerò». (E sotto quello slogan di «Viva la libertà», quanti raggiri e traffici e maschere). Torna in mente Giorgio Bassani, quando voleva i consensi dei colleghi, sul Giardino dei Finzi-Contini . E ne faceva girare i dattiloscritti, come si usava. Anche a me. Circa un personaggio lombardo, gli osservai che i suffissi in -ate valevano per le località (Linate, Limbiate, Segrate...), mentre per i cognomi occorrevano gli -ati: Carlo Linati, Evi Maltagliati, i Lari e i Penati... Inoltre, gli facevano notare, «malnatt» come «baloss» (secondo ogni dizionario milanese-italiano) funzionano come gli affettuosi «bricconcella » di Masetto e Zerlina. Ma non ci fu verso. «Malnate» restò. «Serata fiacca, stasera», diceva la «divina marchesa» Casati al sempre impeccabile barman o maître Romolo Valli, nella discussa versione «anni Trenta» del Sesso debole di Edouard Bourdet. (Discussa perché ambientata nel Ritz di Parigi quando gli americani a causa della crisi del '29 non ci andavano più). E così mai più si vide nemmeno alla attuale mostra veneziana - quel ritratto di Marinetti (opera di Carrà, in collezione privata, a Torino) che si trovava dagli Agnelli nell'ingresso privato al pianterreno del Grand Hotel di Roma, con la dedica di Marinetti alla Marchesa Casati, prima che acquistassero l'appartamento all'ultimo piano del palazzo Albertini- Carandini. Diceva, quella dedica: «Do il mio ritratto dipinto da Carrà alla grande futurista Marchesa Casati, ai suoi occhi lenti di giaguaro che digerisce al sole la gabbia d'acciaio divorata»... «Al grande e caro poeta futurista Aldo Palazzeschi», sarà stata una dedica abbastanza quotidiana di F. T. Marinetti, intorno al 1910. Ma per la Divina Marchesa (Casati), come già per la sua ispiratrice, la Divina Contessa (Castiglione), maniache delle foto in una quantità di pose e gonne e gonnelle, si rimane afflitti per l'invariabile depressione dei loro sguardi, senza mai un sorriso. Quanta malinconia, in quegli occhioni. Dario Cecchi ha scritto e pubblicato addirittura un volume su Coré, Vita e dannazione della Marchesa Casati , pieno di viaggi e dettagli sul gran ballo all'Opéra di Parigi ove lei impersonava la Castiglione, invitando dal Palais Rose. Ma intanto la villa di via Piemonte, a Roma, viene venduta a una banca. Mentre il palazzo veneziano Venier dei Leoni è diventato sede della galleria di Peggy Guggenheim. E il celebre dipinto di Giovanni Boldini passava dalla Collezione Fassini alla Galleria romana d'Arte Moderna. (Qui torna in mente una vecchia e ricca dama romana. «Papà non ha voluto. C'era quella storia che Boldini zompava sulle modelle. E così non abbiamo un Boldini»). «Non se ne può più, di giardinetti giapponesi», diceva una dama fiorentina, padrona di stupendi giardini. Li trovava fin troppo analoghi, con la roccia in mezzo e i segni del rastrello sulla ghiaia. Chissà adesso, sull'isola di San Giorgio, davanti al «Glass Tea House» su ispirazione da Mondrian. Una vasca di mosaico a colori. E basta. Sarà essenziale come la cerimonia del tè? Altrettanto stucchevole, per chi non è iniziato al birignao? (Lì accanto, nelle Stanze del Vetro, ecco i magnifici vetri di Tomaso Buzzi alla Venini. Vasi in vetro incamiciato lattimo e pagliesco . Applicazioni di foglie d'oro e d'argento...). Cerimonia del ginand- tonic, anyone? Con qualche impeccabile barman o maître...