Adamo Scaleggi alle prese con l'antico manufatto situato sotto l'Arco Etrusco, che rivela i segni e i guasti lasciati dal tempo Non solo Arco Etrusco, ormai quasi archiviato. La Fonte Tezia cade a pezzi e il suo restauro si rivela assai più complesso del previsto. Brutta gatta da pelare per il principe dei restauratori, Adamo Scaleggi, impegnato a rimettere insieme i cocci di passate rabberciature "da muratori". «Buttece su du cucchiarate de cimento!», dovrebbe aver ordinato un capomastro, cui qualche amministratore avrà chiesto di tener su le pietre in dissesto. Ma la toppa è stata di certo peggiore del buco. Perché le cose vanno fatte come si deve e il farmaco (tenendo fede alla sua radice etimologica) può addirittura rivelarsi più dannoso di un veleno. Di fatto, la Fonte Tezia sta dando filo da torcere, forse più dello stesso Arco, finalmente splendente nei suoi conci, discreti e luminosi, non "sparati" a nuovo. È questo quanto voleva spiegare (in una precedente intervista) Scaleggi al cronista che chiedeva lumi e confronti col restauro della Fontana di piazza. Vedendosi attribuire incolpevolmente un'affermazione, come quella di "restauro sbagliato", di cui ora chi scrive fa pubblica ammenda. Scaleggi aveva chiarito che una cosa è intervenire su un'opera medievale, altra faccenda è operare su un manufatto la cui età non si conta a secoli, ma a millenni, come nel caso dell'Arco Etrusco. Quindi, da parte di Scaleggi, nessuna critica ai restauratori del lavoro dei Pisano, ma solo l'espressione della volontà pedagogica di un professionista scrupoloso. Che intende far capire come i segni del tempo e le patine della storia appartengano intimamente all'identità di un manufatto, all'attraversamento dei secoli, alle vessazioni cui è stato sottoposto dagli uomini o dalla natura (incendio, terremoti e quant'altro). Chiarito l'equivoco, ecco lo stato dell'arte della Fonte Tezia, precariamente appoggiata al torrione di sinistra. Niente a che vedere con monte Tezio, o con la dea Teti, come ipotizza qualche estemporaneo. Il nome - al di là dei voli pindarici - viene dal fatto che fu realizzata (o risistemata), nel 1621, dal conte Girolamo Tezii. È alimentata dall'acqua in caduta dal Pozzo Campana, pochi metri sopra, nell'antico ghetto ebraico. Sullo stato di salute, in primis, sono emersi problemi di statica. Insomma: non c'è di peggio di quando le pietre non stanno su, si sbriciolano, e la vasca è frantumata, traballante, scardinata. «Facciamo iniezioni di resina e riadesione, operiamo sui blocchi dissestati, in quanto malamente stuccati anni fa». Ecco perché la vasca marca visita! Senza contare l'altra difficoltà: lavorare in presenza di un'elevata umidità. Per superarla, i restauratori vanno giù di riscaldatore, stuccano, reintegrano. E, nel riquadro superiore, fanno "impacchi" terapeutici per schiarire il grigio fumo del biossido di carbonio. Poi c'è la questione delle bocche di leone per l'uscita dell'acqua: non sono in bronzo, come ci si sarebbe aspettati. Dev'essere che anche allora erano in spending review e hanno dovuto realizzarle in ferro. D'altra parte, anche i romani si limitarono a "rubricare" (tingere con vernice rossa) le lettere di "Augusta Perusia", anziché piantarle in bronzo perenne! Ieri come oggi: pecunia deficit! San Brunello, grazie del miracolo! «Sta di fatto che, ai primi del 1900, sui musi di leone hanno spalmato ben due mani di vernici: una grigia e una nera. Ora occorre riportare a ferro naturale, peraltro bellissimo», garantisce Scaleggi. Altra importante scoperta: nel riquadro in pietra soprastante la vasca dovevano essere fissati ben tre stemmi, poi asportati. Questi già non compaiono in una stampa, datata 1830, ma i supporti non li hanno smurati: sono ancora lì. Non ci sarebbe nulla di azzardato nell'ipotizzare che si trattasse delle insegne del cardinale Marino Grimani, il legato pontificio con la medaglia di aver fatto colmare il fossato e realizzare la piazza che i perugini continuano a chiamare col suo nome. Chi fu a togliere quegli stemmi lapidei (rotti, trafugati)? Probabilmente i seguaci di Napoleone, anticlericali inossidabili, che intendevano rimuovere le tracce del dominio pontificio. Altra icona da decifrare, i bastoni nodosi dei capitellini: simbolo araldico o metafora della rustica combattività perugina, particolarmente congrua con Porta Sant'Angelo, rione nativo di Braccio? Queste, insieme a molte altre, le sorprese che vengono alla luce durante le ultime fasi di restauro del massimo monumento cittadino.