GIUSEPPE Samonà (1898-1983)non fu un protagonista degli anni en-tre deux guerres. Laureato nel 1922 in ingegneria civile a Palermo, aveva avuto occasione di imbattersi e in qualche misura scontrarsi con quel grande personaggio che fu Ernesto Basile: per un palermitano era un passaggio d'obbligo. Da quell'incontro prese una dedizione al mestiere e una attitudine a guardare le cose a scala urbana. Realizzò l'edifico postale nel quartiere Appio Antico a Roma (1934-36) e il Palazzo Littorio a Messina (1940), il suo ruolo appartato fu in netto contrasto con quello che svolgerà negli anni del dopoguerra. Questa vocazione a guardare al di là del "dettaglio", la si vede dal suo primo studio dedicato alla Casa popolare (1935) pubblicato nel corso degli anni che insegnò alla Facoltà di Architettura a Napoli. Nell'intervista che gli feci in occasione della mia mostra Il razionalismo e l'architettura in Italia durante il fascismo alla Biennale di Venezia nel 1976 Samonà fu travolgente per intelligenza memorialistica e simpatia. Purtroppo l'intervista è irreperibile nell'Archivio storico della Biennale. L'unità architettura-urbanistica è un nodo centrale della sua riflessione ed è tutta inserita nella tradizione del planning anglosassone e il suo riferimento formale fu sempre Le Corbusier. Perché, è bene dirlo subito, Samonà da quando assunse la direzione dell'Istituto Universitario di Architettura di Venezia, che tenne dal 1945 al 1971, espresse il meglio di sé in questa sua attività di promotore di cultura e come eccezionale talent scout. Samonà s'impose per la spregiudicata liberalità, l'apertura intellettuale, una sicura capacità di manipolare le idee e le forme che ne fanno un virtuoso di prorompenti qualità intellettuali e umane. Durante la sbornia wrightiana è l'unico che mostra d'aver capito, sul serio, qualcosa del maestro di Taliesin. La continuità dello spazio interno a spazio esterno diviene in Samonà relazione tra pubblico e privato, tra edificio e città. Nella Villa Scimemi a Mondello (Palermo, 1950), Samonà mostra d'aver superato la fase funzionalista del progetto del Lavinaio a Napoli (1945). Le ricerche sull'abitazione hanno possibilità di applicazione nel Quartiere Ina-Casa di San Giuliano a Mestre (1951-1956) in collaborazione con Piccinato, che evita i rischi del populismo alla romana. Samonà partecipò a numerosi concorsi nazionali e internazionali e fu attivo professionalmente soprattutto in Sicilia. Il volume di Cesare Ajroldi, La Sicilia i sogni le città. Giuseppe Samonà e la ricerca di architettura, Il Poligrafico editrice (266 pagine riccamente illustrate) presentato il 20 ottobre a Palazzo Serra di Cassano, è un'indagine analitica condotta con rigore e con una documentazione impeccabile. A Venezia progetta, con Egle Trincanato, la sede dell'Inail (1950-1956) che è una prova di maschia capacità di dialogare con la città e ha la saldezza di un telaio strutturale ritmicamente scandito. La minuzia del disegno diventa la chiave compositiva dell'edificio: il dettaglio non è accessorio ma è elemento qualificante di una griglia compositiva a diretto contatto con l'ambiente fortemente caratterizzato da preesistenze monumentali. Nella stessa area linguistica e formale si colloca l'isolato a uso di abitazioni e di botteghe (1953-1956) che è parte dell'intervento della Palazzata di Messina. Ma l'opera che segna una svolta nella sua produzione è la Centrale Termoelettrica di Augusta (1955-1956): quantunque questo complesso sia popolato da pochi uomini e molte turbine, riscaldatori, caldaie, quadri e sottoquadri, l'immagine d'energia che esso sprigiona è strettamente funzionale a quello che avviene nelle sue viscere. L'immagine dominante è quella dei due alti generatori di vapore: la scansione volumetrica, gli aggetti e rientranze, la solida mole dell'alto camino cilindrico, l'attentissimo uso dei materiali acciaio, cemento, pannelli prefabbricati sono modulati con un'alternanza e discordanza di sicura efficacia. La struttura a forcella segna il basso e lungo corpo che contiene la centrale vera e propria, così come i generatori di vapore sono caratterizzati da una somma di telai in ferro, tutti esterni, che danno all'insieme un vago sapore espressionista da archeologia industriale e rimandano al Behrens delle grandi fabbriche prussiane di fine Ottocento. La ricerca di un'orditura regolare avviata a Venezia prosegue assai meno felicemente in numerosi edifici per enti pubblici quali Sages, Inail, Inps ed Enel dal Veneto alla Sicilia (dal 1959 in collaborazione con il figlio Alberto e altri). Il concitato dialogare con i maestri porta d'ora in avanti Samonà a privilegiare, in modo quasi esclusivo, Le Corbusier, a cui nel tempo si aggiungono Wright, Kahn e Paul Rudolph. Da questa mescola nasce il progetto per il teatro di Sciacca (1974): un'opera problematica e discussa. La riscoperta di Le Corbusier viene riproposta negli scritti e nei progetti da Samonà soprattutto alle nuove generazioni; anche in questo il suo segno è duraturo in quegli anni e nel decennio successivo. Come si vedrà nel progetto per il concorso degli uffici di Palazzo Montecitorio (1967) in cui maggiormente si sente il fascino del recupero autoironico lecorbusieriano, simboleggiato dalla "mano aperta" e dagli alti pilotis che reggono l'edificio.
L'ARCHITETTURA-URBANISTICA DI SAMONÀ E LA RISCOPERTA DI LE CORBUSIER
Giuseppe Samonà (1898-1983) fu un architetto italiano che si distinse per la sua attitudine a guardare le cose a scala urbana. Laureato in ingegneria civile a Palermo nel 1922, realizzò importanti progetti come l'edificio postale a Roma (1934-36) e il Palazzo Littorio a Messina (1940). Nel dopoguerra, Samonà insegnò alla Facoltà di Architettura a Napoli e realizzò progetti per enti pubblici, come la sede dell'Inail a Venezia (1950-1956). La sua produzione architettonica fu influenzata da Le Corbusier, Wright e Kahn, e si caratterizzò per la ricerca di un'orditura regolare e la minuzia del disegno.
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