È LA FIGURA PROFESSIONALE CHE NEGLI ENTI LOCALI DECIDE LA SOSTANZA DELLE OPERE: MATERIALI DA USARE, MAGARI VENDUTI DA DITTE "AMICHE" «LASCIAMO stare il pizzo agli imprenditori, prendiamoci un progettista di fiducia», diceva l'ultimo padrino di Corleone, Antonino Di Marco, intercettato dai carabinieri del Gruppo Monreale nel suo ufficio alla stadio comunale, pochi mesi fa. Non era solo una battuta. I progettisti sono ormai diventati i professionisti più corteggiati dai boss. Anche questo dicono le indagini della procura distrettuale di Palermo. I progettisti, incaricati dai Comuni, che decidono la sostanza dei lavori. Quello che interessa ai mafiosi: i materiali da usare, magari commercializzato solo da alcune ditte amiche; l'entità delle opere, così se il lavoro è piccolo si può sempre gonfiare. Il corleonese Di Marco meditava anche di legalizzare la tangente mafiosa, proprio attraverso il progettista. Il suo stipendio sarebbe stata la quota mafiosa dell'appalto. Ma, in fondo, in Cosa nostra, non c'è mai nulla di nuovo. Tutto si ricrea, al momento giusto. Così, un progettista d'eccezione era l'architetto Giuseppe Liga, capo del mandamento di San Lorenzo. E un pentito di quella zona, Gaspare Pulizzi, ha poi spiegato ai magistrati a cosa serve un bravo progettista: «C'era un bravo ingegnere che era anche abile a ottenere le concessioni edilizie e a risolvere in genere i profili legati alle procedure amministrative, soprattutto nella zona di Carini». Di quel professionista, dicevano anche, durante un colloquio intercettato: «A lui approvano tutto, dalla a alla zeta... In tutti i posti, non alla Sovrintendenza». Ecco, perché i mafiosi hanno bisogno del progettista. Lui ha le chiavi del palazzo. Progettisti rampanti erano anche quelli coinvolti nell'ultima indagine dei carabinieri e della procura di Termini Imerese. Gravitavano tutti attorno alla dirigente comunale di Misilmeri Irene Gullo e all'ingegnere Paolino Rizzolo. Da due giorni sono agli arresti domiciliari, e ieri davanti al gip si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Altri otto fra ingegneri e architetti che avevano beneficiato di una girandola di incarichi al Comune sono stati invece sospesi dalla professione. Non sono accusati di contatti con ambienti mafiosi, ma a loro i carabinieri sono arrivati indagando sulle infiltrazioni di Cosa nostra al Comune di Misilmeri. Appena due anni fa, il capomafia Francesco Lo Gerfo poteva contare su un fidato ambasciatore nel palazzo comunale: il ragioniere Vincenzo Ganci, con un passato di consigliere comunale di Misilmeri e un presente di consigliere Pdl alla circoscrizione Palermo- Oreto. È finito in carcere con l'accusa di aver fatto da «anello di collegamento tra il capomafia Lo Gerfo e il presidente del consiglio comunale di Misilmeri ». Un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa fu notificato anche al presidente del consiglio comunale, Giuseppe Cimò, cugino di Ganci. Le intercettazioni dicevano che sarebbe stato voluto da Lo Gerfo in quella poltrona. I boss puntavano a gestire il nuovo piano regolatore di Misilmeri. s. p.