VOLPAGO. La presenza di tante tele di grande valore nella chiesa di Selva si deve a un parroco, don Giovanni Saccardo. È stato lui il destinatario del lascito testamentario dell'ultima badessa del monastero delle suore agostiniane che ha fatto arrivare a Selva la Madonna Odigitria del pittore Paolo Veneziano. E sempre lui, tra migliaia di tele in deposito a Palazzo Ducale e destinate ad altre chiese dopo le soppressioni napoleoniche, aveva scelto per Selva la Crocifissione del Tintoretto. (e.f.) di Enzo Favero wVOLPAGO La chiesa di Selva attende da più di 80 anni la restituzione di alcune delle opere pittoriche che nel 1930 furono portate nel deposito della Soprintendenza a Venezia, dopo che una tromba d'aria aveva squarciato la chiesa. La volontà dell'associazione è stata ribadita domenica, nel corso di un evento tenuto in chiesa per presentare il libro "100 proposte per 1000 anni di storia" e rievocare l'importanza dei capolavori che nella chiesa erano state raccolti da don Giovanni Saccardo, parroco nella prima metà dell'Ottocento, tra cui due opere di inestimabile valore: la trecentesca Madonna Odigitria di Paolo Veneziano in origine nel monastero delle suore agostiniane di Murano e la Crocifissione del Tintoretto, proveniente dalla chiesa dei Santi Cosma e Damiani della Giudecca, soppressa ai tempi delle leggi napoleoniche. Ma se una parte consistente delle tele è tornata da Venezia a Selva, altre sono ancora nei depositi della Sovrintendenza da oltre ottanta anni: si tratta di due tele di Palma il Giovane: Davide e Salomone, due tele della Scuola di Paolo Veronese: Il doge inginocchiato davanti alla Vergine e la Adorazione dei Magi, la Madonna della neve di Vincenzo Guarana, la Decapitazione di S. Giovanni Battista di Pietro Damini, una Annunciazione e una Natività di autori ignoti. «Siamo nel 2014 e si può dire, tralasciando i tentativi del secolo scorso, che sono già quattordici anni che Selva Nostra affronta sovrintendenti che vanno e vengono, funzionari che non agevolano, impedimenti procedurali burocratici, abitudini formali che sfuggono al comune buon senso, per far ritornare i dipinti che sono ancora nel deposito veneziano» affermano all'associazione Selva Nostra «In poche parole si vuole ribadire che Selva Nostra non demorderà finchè non sarà riportato nella chiesa di Selva tutto ciò che dalla chiesa di Selva è stato portato via nell'agosto del 1930». A quanto pare neppure il ritorno di altre opere è stato facile. Se infatti nella chiesa attuale erano state ricollocate subito la pala di S. Silvestro dell'altar maggiore, la tavola trecentesca di Paolo Veneziano, la pala della Crocifissione del Tintoretto, solo nel 2000, dopo ripetute richieste, la Sovrintendenza aveva restituito i sei grandi teleri con le Storie di Mosè, due dei quali opera di Francesco Guardi, altri due di Gianantonio Guardi, gli ultimi due di Francesco Fontebasso. Nel 2006 invece, dopo il restauro, vennero nuovamente fruibili la Sacra Famiglia con Santi, la Ultima cena, la Uccisione di S. Pietro da Verona, il Pellegrinaggio di Selva alla madonna di Follina. E nel 2013 sono arrivate la Vergine Immacolata e S. Anna. Adesso la battaglia è tutta incentrata sul ritorno delle ultime tele ancora a Venezia.
VOLPAGO. Quel Palma il Giovane che Venezia non ci ridà
La chiesa di Selva attende da più di 80 anni la restituzione di alcune tele pittoriche che nel 1930 furono portate nel deposito della Soprintendenza a Venezia. L'associazione Selva Nostra ha ribadito la sua volontà di far ritornare i dipinti nella chiesa. Tra le opere da restituire ci sono due tele di Palma il Giovane, due tele della Scuola di Paolo Veronese, la Madonna della neve di Vincenzo Guarana e altre opere. Nel 2000, la Sovrintendenza aveva restituito alcuni teleri, ma altre opere sono ancora nei depositi della Sovrintendenza. L'associazione continua a lottare per far ritornare i dipinti nella chiesa.
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