IN BARBA alla Regione che non ha i soldi né le leggi per appropriarsene. In concreto la somma spesa in acquisizioni negli ultimi due cicli di programmazione dei fondi comunitari (dal 2000 al 2012) ammonta a circa 14,5 milioni di euro. Pochi se si pensa che nell'ultimo bilancio la Lombardia di milioni ne ha stanziati quasi 10 in un sol colpo per l'acquisizione di aree private nei parchi naturali. L'ultima compravendita nell'Isola risale a qualche settimana fa, è costata circa 900 mila euro per 100 ettari di terreno nella riserva di Pino d'Aleppo, nel Ragusano. Eppure, nonostante la buona volontà ad acquisirli, in Sicilia su ben 76 riserve naturali quasi la metà sorgono ancora oggi su appezzamenti di terra in parte o totalmente privati. In molte delle aree la gestione è affidata ad associazioni ambientaliste e centri di ricerca universitari. Altre invece sono ancora sotto il controllo dei loro padroni, tra contenziosi senza fine e controversie interminabili. LA "SCALA" DI SCIABBARA' L'isola di Mozia, l'antica città fenicia, sita sull'isola di San Pantaleo, nello Stagnone di Marsala, di proprietà della Fondazione Whitaker, padroni anche di Villa Malfitano a Palermo. E ancora la riserva Naturale Grotta di Entella, ubicata nella Valle del Belice in un territorio sottoposto a tutela che ricade interamente su terreno di un privato. L'ultimo tesoro che si è aggiunto poche settimane fa alla collezione è la Scala Turchi. A inizio settembre, durante una delle riunioni al Comune di Realmonte dedicate alla ricerca di soluzioni per la tutela della famosa parete rocciosa, oggetto di erosioni e furti della preziosa marna, i funzionari si accorgono di un'incredibile stranezza sulla planimetria della costa. La linea rossa che delimita l'area demaniale concessa dalla Regione e che include i tratti di spiaggia, si ferma proprio sul più bello, a pochi centimetri dal costone roccioso dove sorge la Scala dei Turchi. Da lì inizia la proprietà di Ferdinando Sciabbarrà, 67 anni, ex dipendente della Camera di commercio di Agrigento, attualmente in pensione e residente in contrada Scavuzzo a Realmonte. È lui il segretissimo padrone della Scala dei Turchi, «intestatario delle particelle 334-335-336 sulla planimetria della costa». Da allora il signor Ferdinando, che insieme alle cugine aveva ereditato molte delle terre al confine con il perimetro demaniale, è irraggiungibile. I suoi legali però sono al lavoro. Dal Comune si parla già di esproprio, «unica soluzione ipotizzabile». Eppure dalla Regione non ne sono così certi. Troppo lunghi i tempi che portano ad una "privazione" dei terreni. Una semplice opposizione da parte del proprietario può allungarli anche di 20 anni. A rendere ancora più complicate le cose ci si è messa anche la legge, quella comunitaria, che da due anni a questa parte ha cambiato i connotati alle acquisizioni: il valore del terreno non viene più stabilito su stime agrarie ma vale il prezzo di mercato con un incremento dei costi di oltre il 60. E i soldi per comprare non ci sono. Nel corso degli anni le risorse finanziare disponibili non sono state sufficienti per poter acquisire i tanti terreni privati su cui insistono le aree protette - dice Mariella Busetta, dirigente Servizio per la Tutela del patrimonio naturale dell'assessorato all'Ambiente - senza contare che un decreto europeo del 2006 impone che l'acquisto del terreno superi di almeno il 10 l'importo del progetto senza specificare se le acquisizioni possono essere esse stesse il progetto». I PADRONI DI CAPO GALLO Un esempio su tutti per comprendere le mille difficoltà nelle acquisizioni è la riserva di Capo Gallo. Per accedere all'area dal lato di Mondello, bisogna pagare un pedaggio che va dai 15 euro per i caravan, ai 5 per le auto, 2 euro per le moto, 50 centesimi per i pedoni. Un balzello imposto dai proprietari dell'area, la famiglia Vassallo, padroni del più agevole degli accessi alla scogliera (quello sul versante di Mondello) e protagonisti di una guerra infinita con la Regione a colpi di Tar, sentenze e annunci su espropri mai andati in porto. L'ultimo tre anni fa quando la famiglia Vassallo sembrava aver trovato l'accordo con la Regione per la gestione della zona, sottoposta a vincolo paesaggistico. I cinque proprietari avrebbero dovuto cedere parte della proprietà a prezzi di esproprio in cambio della possibilità di gestire una società di servizi ai visitatori. Il piano che prevedeva di destinare il mare alla libera balneazione, era stato depositato alla Regione. Il primo ok era arrivato, mancava solo il via libera esecutivo. Poi tutto è sfumato nel nulla. Un giallo mai risolto che lascia di fatto tutto nelle mani dei proprietari. Inclusi i quattrini per gli ingressi. LE RISERVE "A META'" Si è invece risolta lo scorso anno con una sentenza del Tar un'altra interminabile contesa, quella su una delle calette più belle della Sicilia, i Faraglioni di Scopello che sorgono all'interno della riserva naturale dello Zingaro, area protetta dal 1981. Dal 2010 gli abitanti della zona non possono più accedervi liberamente dove un tempo sorgeva la più antica tonnara della Sicilia. Una sentenza del Tribunale amministrativo regionale ha dato ragione ai proprietari dell'area. Secondo i giudici infatti i Faraglioni confinano direttamente col mare, in una zona dove non è prevista la fascia demaniale. L'accesso è privato insomma e da allora transennato con una barra d'acciaio. Per entrare servono 3 euro e 50 a testa, più la tariffa oraria dell'unico parcheggio presente nelle vicinanze. E tanti saluti alla Regione che di quel denaro non vedrà un centesimo. Due anni fa il governatore Rosario Crocetta aveva chiesto agli assessorati di attivare quanto più possibile i fondi per acquisire il maggior numero di terreni che ricadevano sulle riserve. L'idea era quella di affidare la gestione degli ingressi alla stessa Regione e aumentare le casse del "pubblico". Ma nonostante la buona volontà degli assessorati, e la promozione nei comuni, la Sicilia riuscì a comprare appena 7 terreni. «Sono tanti i proprietari che non sono disposti a trattare con le amministrazioni pubbliche - spiega la Busetta, dell'assessorato all'Ambiente - molti preferiscono tenersi i terreni, attendere l'aumento dei prezzi di mercato o addirittura recintarli e far pagare un bal- zello». Il risultato delle difficoltà è un gigantesco puzzle di cosiddette "Riserve a metà". Metà pubbliche e metà private. Gli esempi in Sicilia sono tantissimi. La Grotta di Santa Ninfa in cui il passaggio è concesso in accordo con gli agricoltori proprietari dei terreni. Grotta Conza, nei pressi di Tommaso Natale: il 26 è di proprietà dell'Azienda Regionale Foreste Demaniali, il restante 74 è dei privati. E ancora la Riserva dei Gorghi Tondi o quella delle Macalube ad Aragona, teatro della recente tragedia dove hanno perso la vita i due piccoli fratellini e delle infinite polemiche tra Legambiente e la Regione. Una parte della proprietà era stata infatti ceduta a usufrutto dall'associazione ambientalista all'assessorato. L'altra era rimasta ai privati che nell'area avevano realizzato la Cooperativa Macalife, costituita da agricoltori che sono stati coinvolti con successo nelle attività di rinaturalizzazione e manutenzione del territorio. «In assenza di fondi e della disponibilità dei privati a vendere - spiega la Busetta - l'unica alternativa rimane quella di affidare la gestione della aree alle associazioni ambientaliste. Noi proviamo a fare del nostro meglio. Ma abbiamo anche bisogno delle leggi». Non sono poi così lontani i tempi di Torre Salsa, storia delle mille difficoltà di un paradiso strappato al cemento, quando l'allora proprietario dei 700 ettari di riserva era un certo Francesco Morgante, patron di miniere e sali potassici in Sicilia che su quel pezzo di Eden voleva costruire negli anni Ottanta un complesso turistico con 7 mila posti letto. Il comune però, allora amministrato dal Partito comunista, provò a metterci una pezza, riducendo il progetto a circa 3 mila posti. Morgante, per nulla contento della riduzione, fece ricorso al Tar. Una decisione che scatenò una vera e propria guerra alla Regione, sfociata poi in una legge approvata all'Assemblea siciliana per l' istituzione nell'Isola di 77 riserve naturali. Compresa quella di Siculiana. Anzi, creata quasi ad hoc per Siculiana e salvare così l'oasi di Torre Salsa. Ne seguirono minacce, tartarughe impiccate, lumini funerei davanti al divieto d'accesso per le auto in spiaggia. Alla fine vinsero gli ambientalisti. L'area fu in parte acquistata dal Wwf e il patron Morgante si dovette accontentare di un agriturismo con appena 12 camere.