Siti archeologici sottomarini. Le nuove scoperte scientifiche hanno convinto alcune istituzioni statunitensi a promuovere in Sicilia nuovi circuiti archeologici grazie all'utilizzo di particolari batiscafi del tipo "Triton" Nel II secolo a. C. la Campania, facente parte della Magna Grecia, era stata da poco conquistata dai romani. Si parlava ancora il greco e si mantenevano gli usi, le consuetudini e i riti religiosi della tradizione ellenica. Una grande nave mercantile lunga 35 metri e larga 8, col suo pieno carico di anfore di tipo greco e punico, macine, vasi cilindrici del tipo "sombrero de copa", piatti, piattelli, brocche, incensieri, posizionato prevalentemente a prua, salpa alla volta della Sicilia per vendere la merce nei porti di Messina o di Solanto per la vicina Himera. L'armatore si raccomanda con il comandante di portare la missione a buon fine senza trascurare mai la prudenza. L'equipaggio, come si usava allora, compie un sacrificio sull'altare inchiodato alla coperta di prua; è necessario propiziarsi il favore degli dei durante la navigazione assai rischiosa. Ancora un sacrificio come ringraziamento per avere superato indenni Capo Palinuro. L'ottimismo prende il sopravvento. Una virata decisa a dritta verso il mare aperto, seguendo - si è già fatto buio - la direzione del vulcano di Stromboli, riferimento sicuro per le rotte notturne, un faro naturale. Una volta raggiunto l'arcipelago delle Eolie, però, si va incontro alle insidie del vento e serve subito un riparo. Il più vicino è Lisca Bianca, il porto di Lipari è troppo lontano. Purtroppo gli dei abbandonano la pesante nave che fatica a manovrare nel tratto fra Panarea e Basiluzzo, pieno di scogli affioranti. L'urto fatale e in pochi minuti il mare vulcanico inghiotte tutto. Lo scafo scende dritto per 130 metri, si adagia sul fondale sabbioso e si inclina sul fianco sinistro. Nell'impatto migliaia di anfore si disperdono per un ampio raggio, l'altare di prua si spezza in due, le macine finiscono sui piatti. Fin qui la ricostruzione ad oggi possibile della storia del relitto denominato "Panarea III", mostratosi per la prima volta lo scorso mese agli occhi dei subacquei altofondisti guidati dal Soprintendente del mare della Sicilia, l'archeologo Sebastiano Tusa. La missione è stata resa possibile dalle particolari attrezzature degli americani della Global Underwater Explorers presieduta da Jarrod Jablonski (l'inventore della subacquea tecnica), fra cui batiscafi "Triton" a due posti dotati di bracci antropomorfi, solitamente utilizzati per un turismo subacqueo d'elite riservato a gente facoltosa, e questa volta adattati ad una missione scientifica. Il relitto, individuato nel 2009 da un'intuizione di Tusa, era stato "disegnato" in 3D nel 2010 dal sonar della "Aurora Trust". Ma solo ora è stato esplorato dal vivo, col batiscafo fermo per tre ore sul sito; i sub che hanno potuto, metro per metro, osservare, cercare, sollevare, scoprire e portare in superficie un esemplare di ogni tipo di oggetto facente parte del carico. Vi sono stati anche lunghi minuti di paura, per una verdesca di due metri e mezzo che si è avvicinata minacciosamente al batiscafo, mostrando occhi feroci e denti bene in vista, pronta a urtare il mezzo con la testa. Poi si è allontanata. "Abbiamo potuto dimostrare ciò che ci dicevano gli storici - racconta Sebastiano Tusa - ossia che a prua delle navi si montavano altari per sacrifici, che si compivano alla partenza, dopo il superamento di capi insidiosi e all'arrivo. Oltre la spianata di migliaia di anfore intatte, di vasi cilindrici di origine spagnola, di piatti piccoli da pesce e per la salsa garum, di macine, abbiamo notato un oggetto cilindrico con un buco al centro. Lo abbiamo portato in superficie e studiato. Abbiamo compreso che si tratta della base di un altare sacrificale usato anche per bruciare incenso, denominato thymiaterion con alle estremità buchi contenenti residui metallici, a riprova che fosse inchiodato al legno. La cosa sorprendente è che sulla base sono incise delle lettere greche. Sono state messe a luce una 'sigma', una 'tau' e una 'eta', cioè 'STH'. 'Ste' potrebbe essere l'iniziale del nome dell'armatore. Su questo stiamo studiando". "Cercando ulteriormente - prosegue Tusa - dalla zona di prua usciva una sorta di tubo in pietra. Abbiamo scavato e trovato il resto dell'altare, cioè una colonna e un bacino di ampie dimensioni. Si tratta di un'opera preziosa, il cui bordo è decorato con onde marine a rilievo stilizzate. Questo e gli altri oggetti recuperati saranno esposti nel museo di Lipari". Le originali attività archeologiche pubblico-privato sono state oggetto di una visita dell'assessore regionale Giusi Furnari, a bordo della nave "Pacific Provider". Senza l'aiuto della Gue, la missione sarebbe costata alla Regione 300 mila euro. Il prossimo anno gli staff di Tusa e della Gue tenteranno per la prima volta al mondo uno scavo archeologico subacqueo a quella profondità, avendo verificato che sotto uno strato di fondale spesso due metri si trova ancora integro lo scafo ligneo. Tutto ciò è frutto di un incontro casuale, fra gli americani che investono miliardi per tutelare e valorizzare turisticamente i loro pochi beni culturali, e la Sicilia che, pur custodendo il 15 del patrimonio culturale mondiale, ha una SOpRINTENDENZA del mare con i telefoni tagliati perché la Regione non paga le bollette. "Ho saputo che la Gue veniva in Sicilia e Sardegna per portare turisti americani a visitare siti di pregio - riferisce Tusa -. Li ho convinti a finanziare questa missione e altre ricognizioni che sono state effettuate prima a Pantelleria, a Cala Levante, Cala Tramontana e Cala Gadir, dove sono stati rilevati degli areali con anfore, a Capistello di Lipari dove è stata rinvenuta a 120 metri una parte dello scafo ligneo del noto relitto, e nel porto romano di Sottomonastero. In cambio la Gue ha ottenuto le autorizzazioni per fare visitare a loro turisti dei siti di particolare pregio, sotto la nostra sorveglianza. Poiché - conclude Tusa - sono tutti rimasti entusiasti da queste scoperte scientifiche, hanno pensato di creare un nuovo circuito di turisti miliardari cui mostrare i siti archeologici sottomarini della Sicilia e hanno deciso di investire sulle nostre prossime ricerche". 06102014
Siti archeologici sottomarini. Le nuove scoperte scientifiche hanno convinto alcune istituzioni statunitensi a promuovere in Sicilia nuovi circuiti archeologici
Nel II secolo a.C. una nave mercantile greco-punica, lunga 35 metri, salpava dalla Campania per la Sicilia. Il carico era composto da anfore, macine, vasi cilindrici, piatti e altri oggetti. La nave si trovava in un'area pericolosa, con scogli affioranti, e il vento e le onde la minacciavano. La nave si incrociò con un'isola, Lisca Bianca, e poi con un'altra isola, Panarea, dove si trovava un'area pericolosa. La nave si incrociò con un'altra isola, Basiluzzo, e poi con il mare vulcanico, dove si trovava un'area pericolosa.
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