I luoghi della Pedemontana custodiscono tesori. Peccato non siano sfruttati ORDENONE. Perché attendere la prossima provocazione di Vittorio Sgarbi per ammirare le opere di Giovanni Antonio de' Sacchis, per tutti "il Pordenone"? Non serve una mostra milionaria per accedere al patrimonio artistico. Numerose delle sue opere sono sparse in giro per il Friuli. Se ne rilevano le tracce nelle guide turistiche. Il "percorso pordenoniano" è infatti tra le tappe consigliate, segnalate con degli asterischi che equivalgono all'importanza attribuita ai lavori del pittore. Alcuni luoghi della Pedemontana sono ricchi di affreschi. Il Pordenone lasciava preziosi segni del suo passaggio, in certi casi abbondanti come nelle chiese dello Spilimberghese. Qual è il grado di accessibilità ai siti? Le recenti polemiche di Vittorio Sgarbi, sull'insensibilità verso il grande artista, hanno aperto una ferita. Qual è la situazione? Per una verifica sul campo mi sono improvvisato, per un pomeriggio, turista alla riscoperta dei luoghi più periferici, ma non per questo meno significativi. Prima tappa: la chiesa di San Pietro, a Travesio, uno storico edificio, le cui prime memorie risalgono al XII secolo. Per la vita del Pordenone è un luogo importante. L'edificio contiene due suoi cicli di affreschi (complessivamente i più vasti) realizzati in tempi diversi. Per questo motivo, sono le opere che meglio testimoniano l'evoluzione artistica. La decorazione dell'abside risale al 1516 e interessa storie della vita di San Pietro e altre tratte dal Vecchio e Nuovo Testamento. Le pareti, invece, furono affrescate dopo il suo ritorno in Friuli (1525-26), al termine di altre stimolanti esperienze. Le scene riguardano la Conversione di Sauro, l'Adorazione dei Magi, le Nozze di Cana. La chiesa ha tre ingressi. Ahimè, tutte le porte erano sbarrate. Una gentile signora, in visita al cimitero, mi ha subito messo di fronte al problema della sicurezza: «Non sa, qui sono venuti a sgraffignare. Niente di preoccupante, ma non si sa mai. C'è sempre il rischio che il diavolo ci metta lo zampino, magari con le messe nere in questi posti un po' appartati. Giovinastri...». Ha interrotto sul nascere l'invettiva per darmi il consiglio che attendevo: «Vada dalle suore dell'asilo, potrebbero avere le chiavi». Operazione non semplice. Dopo varie insistenze, probabilmente constatato da parte delle due anziane suore che non ero un malintenzionato, piano piano si è sgretolata anche la barriera della diffidenza. E la conversazione ha preso una buona piega. Addirittura, è comparso un piccolo dépliant sull'antica pieve, con traduzione in inglese, segno che ci si vuol aprire al turismo. Il mio obiettivo era farmi aprire la chiesa. Così ho calato la carta della professione, magari poteva aiutare: «Sono un giornalista interessato a diffondere un messaggio di richiamo alla nostra Pedemontana, che si sta spopolando». Ormai eravamo entrati in confidenza: «Ah, sì, Travesio sta proprio morendo e così i paesi vicini. Pensi che a Castelnovo del Friuli hanno chiuso l'ultimo negozio di alimentari. E poi qui nessuno viene più a messa, quindi è meglio tenere la chiesa chiusa quando non ci sono le funzioni. Lei capirà, abbiamo paura dei furti». Le chiavi del portone però non volevano proprio spuntare. Perché? La responsabilità è stata scaricata sui livelli gerarchici più alti: «Le ha il parroco». E subito mi hanno dato la buona notizia: «Sta arrivando, ma stia attento che è un pochino... nervoso. Come saprà, i preti mancano. I pochi che ci sono, soprattutto in montagna, devono occuparsi di più parrocchie. Un gran lavoro, pensieri e ancora pensieri». Il sacerdote non mi ha espresso il massimo della cortesia. Anzi, con tono poco conciliante, ha tagliato corto: «La chiesa è chiusa». E con atteggiamento brusco ha zittito anche la povera "sorella" che gli stava spiegando la mia curiosità di giornalista: «No». Preso in contropiede, ho abbozzato con un filo di voce: «Beh, potrei ritornare, mi fissi un appuntamento». Risposta secca di fronte alle due suore imbarazzate: «Se la domenica viene a messa avrà un'oretta di tempo. Altrimenti, visto che si dichiara giornalista, batta i pugni energicamente sul tavolo della Sovrintendenza. Io non mi assumo responsabilità. La saluto». Fine delle comunicazioni. Domanda: perché non mettere in rete ogni informazione sui luoghi artistici del Pordenone, per ripristinare condizioni di accessibilità? Basterebbe raccogliere le prenotazioni per facilitare la composizione di qualche gruppetto, considerato che ci sono richieste. Forse, più che la Sovrintendenza, dovrebbe intervenire il vescovo: la chiesa è luogo di preghiera, di comunità e anche di contemplazione delle opere d'arte conservate. L'accesso non dovrebbe restare un atto esclusivamente privato. Seconda tappa: l'oratorio di Santa Maria dei Battuti, a Valeriano. Lì dentro c'è la Natività (1524). Merita veramente una visita, perché è una delle più alte realizzazioni del Pordenone, ricca di particolari. Chiuso. Vabbè, pazienza. In fin dei conti, l'interno l'avevo già fotografato una quindicina di giorni fa. Non mi rimaneva che attraversare la strada perché, dall'altra parte, c'è la chiesa parrocchiale di Santo Stefano con all'interno il trittico che segna gli esordi dell'artista. Tutto sprangato. E in canonica non c'era anima viva. Terza tappa: la chiesa di San Martino, a Pinzano, praticamente nel centro del paese. L'edificio ospita altre tre opere di grande importanza artistica (1527-28). Niente da fare, tutto chiuso. Anche in questo caso, una gentile signora mi ha intrattenuto con una lezione sulla sicurezza: «Sa com'è... con tutti gli immigrati in circolazione». Una curiosità: «Ma quanti ne ospitate?». Risposta: «Ne passano di tutti i colori». Inutile insistere, tanto lì non c'è neanche il parroco fisso. Domanda finale: perché nella bacheca degli avvisi sacri non si mette anche il recapito di qualche volontario? Non voglio credere che non esista più qualche animo generoso nel cuore del Friuli. Impossibile. Quarta tappa: la chiesa di San Lorenzo, a Vacile. All'interno, il coro è stato affrescato dall'artista attorno al 1508. L'edificio è un po' appartato. Era chiuso. Per visite sicure ci sono i centri più grossi: Spilimbergo e Pordenone. Ma non è la stessa cosa. Il percorso "pordenoniano" in giro per le chiesette affrescate ha il fascino di una caccia al tesoro, che può sollecitare la curiosità dei turisti amanti dell'arte. Probabilmente quelle opere, ormai così fragili, non potrebbero mai essere proposte in una grande mostra. Non resta che ammirarle nei luoghi di origine, dove sono collocate nel loro contesto "naturale". Ecco perché i siti che le raccolgono costituiscono un valore aggiunto che i paesi potrebbero sfruttare. Sempre che la Pedemontana non abbia deciso di lasciarsi morire.