Non c'è pace per i centri storici e per chi si ostina a risiedervi convinto che abitarvi sia una delle gioie della vita. Non c'è pace dove le città sono state «mangiate» dall'Università e dagli affittacamere (come è avvenuto a Urbino, o nella stessa Bologna). Non c'è pace dove i quartieri storici sono il pezzo forte del «divertimentificio» notturno metropolitano, con una costellazione invasiva di pub, bar, pizze-a-taglio, fast-food, musiche ad alto volume, abbondanti bevute, grida che rimbombano sino all'alba nei vicoli e nelle piazzette. Come nella minuscola e deliziosa (un tempo) piazza delle Coppelle. Ieri l'altro è toccato a Tor Millina, letteralmente stravolta (anche nel gusto); ieri a Campo de' Fiori. Adesso tocca alle Coppelle al mattino occupate da un utile mercato di frutta, verdura, fiori e anche pesce, dì notte invase da una marea motorizzata e vociante. Il più visionario dei poeti di Roma moderna, Federico Fellini, l'aveva previsto: ricordate la schiera dei motociclisti che passa rombando e abbatte cuochi ammiccanti di cartapesta? O i tavolini della «magnata» notturna che invadono persino i binari del tram? E' successo di più, di peggio. Chi può, progetta di scappare, con la morte nel cuore, costretto a lasciare quei rioni (stracari) che sono però come paesi. Finché qualcuno li abita. Paolo Berdini sta raccogliendo dati impressionanti sullo svuotamento del più grande centro storico italiano (li renderemo pubblici, insieme a quelli di altre città italiane, il 14 giugno, in un convegno organizzato da Comitato per la Bellezza e Polis). Dal 1951 ad oggi la popolazione di una città più grande di tutta Padova, o dell'intera Brescia, ha dovuto abbandonare la Roma storica. In certi rioni come Campo Marzio, Parione o Ponte, 70 e più residenti ogni cento hanno dovuto andare in «esilio». Attenzione, perché il deserto urbano accrescerà insicurezza sociale, criminalità, spaccio (già molto esteso), vandalismi, comportamenti violenti e incivili. Che fare? Intanto tutelare i residenti ed opporsi all'ulteriore dilagare di pub, di bar e baretti, di pizze-a-taglio; dire no, fermamente, all'ulteriore dilagare dei tavolini già presenti e che ormai si mangiano intere piazze a danno dei pedoni. Estendere nelle ore serali alle parti più in crisi - Parione, Ponte, Trevi, Sant'Eustachio, Regola, ecc. - la ZTL ormai collaudata a Trastevere. Chi vuoi venire in centro con quei macchinoni uso carrarmato e con le maximoto, si rassegni a parcheggiare al Gianicolo (mezzo vuoto) o al Galoppatoio (mai pieno), magari a tariffe agevolate. E a camminare un po'. Oggi i marciapiedi ne sono invasi, con arroganza, occlusi gli stessi passi carrabili. Ma bisognerà pure, nel medio-lungo periodo, rilanciare in Italia l'edilizia economica e sociale, anche nei quartieri storici, scongiurando le nuove espulsioni «da cartolarizzazione», gli sfratti a raffica. L'equilibrio fra città del divertimento e città dei cittadini è sempre più fragile. La lobby dei ristoratori, dei caffettieri, dei pizzettari è invece molto solida. Però non si può lasciar sfruttare Roma in modo così brutale. Anche per un intelligente turismo di qualità sarebbe un vero suicidio.