Archeologia spettacolo. Siamo soprattutto noi i colpevoli, che ci aspettiamo da un cantiere archeologico rivelazioni tempestive e clamorose. O ce ne disinteressiamo. Capita così che i responsabili di uno scavo siano vittime di un'altalenante attenzione, che quando è alta li mette sotto pressione, a rischio di cedere - in tempo reale - alle lusinghe di platee in attesa di conclusioni suggestive. Nulla a che vedere con la sindrome di Stendhal sul posto, "uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, camminavo temendo di cadere". La vertigine da reperti antichi è postmoderna, mediata dalla televisione, di breve intensità e senza postumi; i bronzi di Riace insegnano: finiti nel dimenticatoio dopo un'overdose di celebrità. I ricercatori più giudiziosi preferiscono non fare caso al frastuono, sicuri che non vale la pena di mettere a rischio la reputazione di una disciplina che fa i conti coi millenni, e chiedono tempo per mettere in ordine i dati e le idee. Sanno bene quanto è sottile la linea che separa il sensazionalismo dalla esaltazione pseudoscientifica di Voyager. I giganti di Mont'e Prama. Si prestano al racconto iperbolico, indotto dallo sviluppo a puntate secondo il ritmo dei lavori, dalle promesse di sorprese e da estemporanei aggiornamenti. È questo, credo, che ha indotto la Soprintendenza ad una messa a punto della comunicazione che sarebbe opportuno coordinare con gli organi di informazione, indispensabili per spiegare le evoluzioni del cantiere. Altro che silenzio stampa. Immaginabile che qualcuno in questi mesi non abbia gradito il racconto sui rinvenimenti - pezzi di scudo o faretra, brandelli indecifrabili di parti anatomiche - presentati, specialmente in rete, con il gergo dei serial tv che trattano i misteri di cadaveri straziati irriguardosamente mostrati. Con commenti euforici su improbabili primati - in Sardegna la statuaria più antica! - meravigliati (e risentiti) per la "anormale" foga distruttiva di nemici impietosi. In verità una consuetudine la violenza sull'arte dei vinti da parte dei vincitori. Il Partenone al posto del primitivo tempio distrutto dai Persiani ai tempi di Serse, è solo uno degli infiniti casi. Pratica proseguita fino alla modernità, quando finalmente i rivoluzionari si sono interrogati sulla convenienza di trasformare statue di bronzo in cannoni (è qui che si fa strada l'esigenza della tutela). E da poco è toccato ai monumenti preislamici in Afghanistan. È andata così, i giganti protagonisti dell'estate hanno rubato la scena ai vip in Costa Smeralda, un successo di cui rallegrarsi. Ma temo che abbiano alimentato curiosità volatili, troppo poco per incrementare le visite nei musei sardi, ricchi di reperti preziosi, minuscoli ma con utili rimandi ai colossi del Sinis, per chi avesse voglia di approfondire. Per suscitare qualche domanda terra terra, che so, sui 40 anni trascorsi dalla scoperta casuale delle prime sculture; o sui bravi restauratori che le hanno ricomposte e li immagineresti in cantiere per portare le prime cure ai ritrovamenti. L' esibizione di Mont'e Prama ha regalato e regalerà pezzetti di popolarità (tanti quanti sono i frammenti?), da distribuire tra chi accosta la sua faccia a quelle arcane figure. Per cui c'è pure una corrente di pensiero parassitaria che dubita della autenticità; e non è escluso che sparate senza senso possano assumere la dignità delle tesi non ufficiali, rifiutate per via della solita "grande congiura". Ecco, ho impressione che serva lasciare lavorare gli studiosi, in un clima più adatto alla ricerca. Senza superbe chiusure. Ma con pochi cedimenti al marketing che tende divorare ogni prodotto culturale, a banalizzarlo ben oltre la necessità di renderlo accessibile a tutti. L'idea di separare la grande famiglia dei giganti - un po' qui un po là per intercettare i flussi turistici prevalenti- sta in questo solco; ed è forse la più aberrante (già da almeno un secolo lo smembramento di opere d'arte storicamente accomunate è indicato dagli studiosi come inammissibile). A cui si aggiungono altri propositi molto discutibili, come "un gigante in ogni piazza sarda" o "il gigante viaggiatore" per rappresentare l'isola lontano da Cabras.