CI RALLEGRA apprendere che la Regione è pronta a rivedere il Piano di indirizzo territoriale come richiesto da agricoltori e Consorzi del vino. Ma non di sole vigne vive il Pit. Le criticità che contiene non si risolvono con due toppe sugli errori più evidenti. Occorre una revisione profonda e radicale o il Piano condurrà gli enti locali verso un blocco burocratico che finirà per danneggiare tutti i cittadini e le imprese, a scapito della stessa tutela del territorio che condivisibilmente la Regione vorrebbe proteggere. Il Pit, come è oggi, comporterà un notevole appesantimento dell'azione amministrativa. Tutti gli strumenti urbanistici di Province e Comuni dovranno essere modificati in base alle nuove disposizioni. Il processo di pianificazione diventerà più complesso di quello attuale che già prevede un tempo medio di 6 anni per l'approvazione di Piani strutturali e Ruc. Un appesantimento che si sommerà a quello previsto dalla nuova Legge urbanistica. Con un quadro normativo sempre più confuso che metterà la pianificazione comunale sotto la tutela della Regione e delle Soprintendenze, con le lungaggini che il coinvolgimento dei due enti comporterà. Senza contare che Comuni, Soprintendenze e la Regione stessa oggi sono impreparati a svolgere tali nuovi compiti e privi delle risorse necessarie per adeguarsi. Elementi che fanno pronosticare nei prossimi anni una paralisi burocratica che colpirà settori economici già in ginocchio. Serve poi razionalizzare i vincoli paesaggistici, di cui il Piano deve rivedere i perimetri. I vincoli attuali spesso nascono con una logica emergenziale che ha prodotto contraddizioni. Il centro di Firenze non ha tutela paesaggistica mentre è vincolato il "paesaggio" di aree industriali ai margini delle autostrade. Sciogliendo questi paradossi ogni anno si risparmierebbero migliaia di pratiche "inutili" dai percorsi lunghi mesi, e molte zone di pregio potrebbero essere tutelate più efficaciemente. Notiamo inoltre come da un lato la Regione affermi la necessità di coniugare qualità, solidità e sostenibilità ambientale dello sviluppo, mentre dall'altro il Piano sia orientato a un modello conservativo che vuol cristallizzare il territorio con un approccio "vincolistico" e teorie da "decrescita". Se queste ambiguità non saranno risolte, temiamo ripercussioni negative sulla sostenibilità delle attività agricole, sulla loro funzione di presidio del territorio, sulla corretta gestione del patrimonio edilizio e della sua riqualificazione. Come vediamo a rischio la sviluppo delle energie alternative e del sistema infrastrutturale, imbrigliato in diatribe di campanile. Finora la Regione ha disatteso la richiesta di un vero percorso di ascolto sul Pit sollevata da tanta parte del mondo della cultura, imprese e professioni. Non è troppo tardi per rimediare. L'autrice è presidente Ordine degli architetti di Firenze e provincia