In un periodo di difficoltà economica qual è quello che in questi anni stiamo attraversando, parlare di cultura non è solo una velleità per pochi intellettuali, ma è anche saper riconoscere la rilevanza economica che le istituzioni culturali possono avere specialmente in un Paese come l'Italia. In Italia, infatti, c'è una strana concezione del bene comune, attinente al fatto che esso, per essere goduto e condiviso dalla società, debba per forza di cose essere gestito dal pubblico. Posto che lo Stato ideale che gestisce tutto perfettamente non può esistere e non esiste, la situazione reale della valorizzazione del nostro seppur magnifico patrimonio culturale è quantomeno sconfortante. Sempre meno fondi pubblici vengono investiti, sempre meno manutenzione viene effettuata e, dunque, esistono sempre più problemi di conservazione e di gestione. Per non parlare dell'enorme quantità di opere che vengono tenute in depositi e magazzini perché i musei e le altre strutture statali hanno "troppe cose". Un esempio su tutti è il caso della Galleria degli Uffizi di Firenze. Il museo fiorentino espone al pubblico solo il 44 delle opere possedute, ossia 1.835, contro le 2.300 conservate in deposito. Per quale motivo? Risposta prevedibile. Problemi di gestione, problemi di manutenzione, problemi di spazio.. Insomma, problemi di soldi. La risposta a queste difficoltà, finora, è arrivata da alcuni grandi imprenditori che, mossi da spirito di sacrificio e perché no da una sana voglia di creare pubblicità positiva per la propria immagine, hanno investito quanto possibile per opere di ristrutturazione e, in generale, per tutto ciò che viene ricompreso nelle cosiddette azioni di "mecenatismo". Perché ci sia una concreta valorizzazione del patrimonio artistico, perché aumenti l'occupazione lavorativa e perché si possa parlare a pieno titolo di uno sviluppo dell'attrazione turistica italiana, appare però evidente che le forme di mecenatismo debbano essere affiancate a interventi più strutturati. Bisogna, insomma, garantire ai privati, alle imprese e a tutte le altre realtà diverse da quella pubblica, la possibilità di poter investire nelle istituzioni culturali avendo una certa autonomia di gestione tale che essa possa portare con sé forme di profitto. Tutto questo, sviluppando il mercato, non avrebbe altro fine ultimo escluso quello del profitto per il diretto interessato di soddisfare quel famoso bisogno di cui si parlava all'inizio: godere di quel bene comune, poterlo apprezzare. È meglio ostinarsi a vedere siti come Pompei cadere a pezzi purché pubblici, o forse è ora di cambiare qualcosa?