IL BOOM ECONOMICO IL POTERE DEL PETROLIO A SCAPITO DEL FUTURO "Perché quel fumo è giallo?". "Perché c'è il veleno". "Ma allora se un uccellino passa lì in mezzo muore?". "Ma ormai gli uccellini lo sanno e non ci passano più". Nell'ultima scena di Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni il piccolo Valerio chiede a sua mamma Giuliana, Monica Vitti, perché la fabbrica di suo papà avveleni l'aria. Suo padre è Ugo, dirigente alla Sarom (Società Anonima Raffinazione Olii Minerali), industria petrolchimica della zona industriale di Ravenna il cui simbolo sono le due torri "Hammon", gli impianti di raffreddamento alti 55 metri dall''area di oltre 2500 metri quadri, protagonisti del paesaggio apocalittico del film che ancora oggi svettano guardando verso il porto. "Questa esplosione di vita ha una data d'origine, il 1951, quando su una landa non ancora bonificata si creò la prima colonna della raffineria Sarom. Un ravennate, Attilio Monti, è il pioniere di questo sviluppo. In pochi anni è cresciuta una foresta d'acciaio. Qui l'acqua e il fuoco collaborano per provocare le trasformazioni che fanno dei derivati del petrolio i prodotti più richiesti del mondo moderno". Il cinegiornale del 18.10.1962 descriveva il magnate Monti come un eroe del boom economico e i suoi operai come novelli scienziati "che sanno che il futuro è in buone mani" e "per i quali la fatica fisica è solo un ricordo". E lavorare alla Sarom era considerato effettivamente un privilegio tra Ravenna e dintorni. Serviva una raccomandazione per raggiungere quella meta e quei salari. Ben diversi gli scenari dipinti dal profetico Antonioni appena due anni dopo in Deserto Rosso. Rumori distorti e assordanti di fabbrica, mare e paludi nere, aria grigio cemento, il verde scomparso dalle campagne e, in questa desolazione, una borghesia ipocrita e disumana che si è riscattata dalla vita contadina dei padri tagliando i legami coi propri valori e con la natura stessa: "Il mito della fabbrica condiziona la vita di tutti, qui, la spoglia d'imprevisti, la scarnifica, il prodotto sintetico domina, prima o poi finirà per rendere gli alberi oggetti antiquati, come i cavalli", dichiarò il regista. L'unica a non accettare quella condizione alienante è la tormentata Giuliana. "C'è qualcosa di terribile nella realtà e nessuno me lo dice", afferma. Cosa c'era di così oscuro dietro la Sarom? Oscura fu la scalata del petroliere Monti, il cui primo deposito per il petrolio fascista della Libia a Porto Corsini gli fu intestato dall'amico squadrista Muti, e che dal 1952 a metà anni 70 edificò raffinerie in 5 città italiane e un grattacielo a Milano, acquistò l'Eridania, cinque testate giornalistiche e un'agenzia economica, aerei e ville in Florida e Costa Azzurra e molto altro, coi contributi statali. Nel 1973 comprò la rete di distributori di benzina e due raffinerie della BP (British Petroleum) ma la crisi petrolifera colpì le sue aziende, e i debiti accumulati per 541 miliardi di lire gli furono pagati dall'Eni, all'epoca statale, che gli comprò la Sarom nel 1981 tirandolo fuori dai guai e chiudendola solo 4 anni dopo. Oscuro è oggi il destino di quest'ampia area industriale dimessa. Qui sarebbe dovuta nascere la Cittadella della Nautica, un'oasi di aziende e di artigiani legati al mondo della navigazione. Le due torri si sarebbero abbattute per lasciare spazio a un palazzo della memoria, ma durante la discussione, se abbatterle o no, i 2,6 milioni di euro previsti per il progetto sono stati destinati dal Comune ad altro uso. E l'area resta in malora. Oscuro è infine il destino degli operai che persero il posto alla chiusura della Sarom e che in molti casi si ammalarono di cancro per la lunga esposizione all'amianto e ad altre sostanze tossiche, per i quali lotta l'Associazione Esposti Amianto affinché vengano risarciti in quanto vittime di patologie professionali. Già, perché gli uccelli di Deserto Rosso possono evitare i veleni migrando lontano, come l'ingegnere Corrado Zeller interpretato da Richard Harris che trasferisce la sua attività in Patagonia, ma gli operai del polo industriale di Ravenna sono rimasti appesi all'amo della contingenza e avvelenati, come il pinguino che l'artista di questa settimana, il francese Veks Van Hellik, ha immaginato di dipingere su una delle due torri Hammon.