DIECI ANNI PER UN SILOS IN PIAZZA DANTE LE OPERE PUBBLICHE E I PROFESSIONISTI DEL NO POI hanno fatto tutto la burocrazia, i cittadini impauriti dalle zanzare, la litania dei ricorsi trattati con l'abituale indolenza dagli addetti ai lavori. La motivazione delle zanzare è notevole, però. Toccare con mano che non solo c'è stato qualcuno che ha davvero usato l'argomento delle zanzare, ma che poi c'è stato un giudice che l'ha preso in considerazione senza spedire chi lo avanzava in prigione per offesa al buon senso, qualcuno che ha trattato coi ricorrenti dando peso a un simile ricorso ecc.: beh, fa effetto. Il fatto è che bastano zanzare (temute) a impedire che si faccia qualcosa che si è già, regolarmente, deciso di fare. Come se non bastassero le ostilità della burocrazia, a intralciare qualsiasi attività pubblica provvedono da un po'di tempo i bravi cittadini che fanno dei loro singoli o circoscritti casi un motivo di impedimento a opere destinate a tutta la collettività. Quelli che lo hanno fatto in nome delle zanzare sono solo l'ala avanzata degli infiniti comitati che in genere adducono ragioni più complicate, ora migliori ora semplicemente più ipocrite, a sostegno della loro contrarietà. Quale che sia la ragione, per impedire le opere pubbliche in Italia è buono tutto. Col risultato che perlopiù queste impiegano un tempo lunghissimo ad essere ultimate, avallando così paradossalmente la migliore ragione di chi ad esse si oppone, e cioè il disagio troppo prolungato dei cantieri aperti per anni e anni. Inutile dire che un simile stato di cose, di cui il decennale del parcheggio di piazza Dante è l'emblema, è uno dei segni più evidenti dello scollamento della collettività in Italia, dove le ragioni dei pochi prevalgono facilmente su quelle dei molti. E si capisce: solo il rispetto di interessi superiori e più vasti, cioè il senso della appartenenza a una collettività organizzata, può indurre uno ad arrendersi, sia pur di malavoglia, davanti a qualcosa che nell'immediato lo danneggia per costruire un vantaggio lontano per gli altri. Questo senso del bene comune è in crisi ovunque. Gli inglesi hanno addirittura trovato un nome per battezzare l'egoismo dei pochi contro l'interesse dei molti: nymbi, una sigla che in italiano potremmo tradurre con "non davanti a casa mia". Figuriamoci in Italia, dove una tradizione di condivisione comunitaria, di senso del bene comune non c'è quasi mai stata e in compenso si è sviluppata una rigogliosa attività di opposizione giuridica alimentata da una fiorente tribù di avvocati, alle cui sottigliezze raramente si trova un giudice che sappia o voglia opporsi (in fondo lavorano tutti per la stessa ditta): da noi nymbi è legge e basta anche il timore delle zanzare per applicarla, figuriamoci se si tratta di timori più solidi e seri, come quelli degli abitanti della Valpolcevera, terrorizzati dai lunghi e polverosi cantieri che li aspettano in caso di Gronda. Se poi si pensa che alle dirette ragioni di cortile o di quartiere si sposano spesso quelle di principio, dall'egoismo generazionale di chi vorrebbe che si usassero tutte e ora per il presente le enormi risorse che le opere pubbliche destinano al futuro, alla nostalgia poetica di chi è contrario perché aspira a una decrescita felice, si avrà la misura del potere di interdizione o perlomeno rinvio di cui i lavori pubblici soffrono oggi in Italia. Il lato ideologico dell'avversione ad essi si è manifestato vistosamente e incivilmente qualche settimana fa alla Festa dell'Unità di Genova. Questo versante della questione merita di essere preso sul serio e rispettato. E' vero infatti che il nostro giudizio su una grande opera è sempre ideologico, sia che la approviamo, sia che la contestiamo: crediamo che il miglioramento dei trasporti, la velocizzazione dei contatti tra luoghi lontani, la dimensione stessa dello scambio di genti, merci, culture siano un bene, un motivo di progresso, come sono sinora incontestabilmente stati e il confronto tra cento anni fa ed oggi mostra senza ombra di dubbio? Oppure crediamo che siano un danno, l'inizio di perdita di identità, un rischio ecologico e psicologico, al massimo diano un vantaggio troppo piccolo o trascurabile in rapporto ai guasti che provocano, come molti guru ambientalisti oggi predicano? Ecco due ideologie che si contrappongono sulla Tav o sul Terzo valico o sulla Gronda. Ma, attenzione, non hanno lo stesso fondamento: per un motivo molto semplice. La prima è basata sulla testimonianza del passato, sulle prove della storia, che immancabilmente fanno vedere il nesso tra miglioramento sociale, economico e culturale e velocizzazione dei collegamenti; la seconda è basata sulla paura del futuro, sul catastrofismo ecologico, paesaggistico e culturale; dal passato ricava solo (e giustamente) l'esperienza negativa delle lungaggini, dei disagi, dei problemi nell'esecuzione delle opere, quasi mai quella della loro inutilità o, peggio, dannosità. Chi può ora rammaricarsi dell'Autostrada del sole o della nostra dei Fiori? Chi potrebbe dichiarare inutile l'alta velocità o il raddoppio di questa o quella linea ferroviaria già in esercizio? Più un'opinione si fonda sul futuro, come le religioni e certi sistemi di pensiero politico, più è un'ideologia. E meno è difendibile con buoni argomenti. Per questo, certi suoi sostenitori la difendono a bastonate.
GENOVA - Dieci anni per un silos in piazza Dante
L'articolo descrive come le opere pubbliche in Italia siano spesso impiegate in modo lento a causa delle opposizioni dei cittadini, spesso basate su motivi personali o locali. Questo porta a un senso di scollamento della collettività e a una crisi del senso del bene comune. L'autore sostiene che le ragioni delle opposizioni sono spesso basate sulla paura del futuro e sul catastrofismo, piuttosto che sulla testimonianza del passato e sulle prove della storia. Questo porta a considerare le opere pubbliche come un bene, un motivo di progresso, piuttosto che come un danno. L'autore critica l'egoismo dei pochi contro l'interesse dei molti e sostiene che il senso del bene comune è in crisi in Italia.
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