LAGRANDINEfa fuori vetrate preziose, serre storiche, sale di lettura, e le casse pubbliche sono vuote? Niente paura, ci pensa Pantalone. In questo caso non lo Stato ma il comune cittadino, chiamato a far fronte ai danni da maltempo (ri)mettendosi (dopo averlo già fatto con le tasse) le mani in tasca. E che a sorpresa, nonostante la crisi, sembra gradire: alla basilica di San Miniato al Monte, la prima a lanciare una richiesta di aiuto urbi et orbi, sono già arrivate decine e decine di donazioni. Subito dopo segno di un trend ormai nelle cose - ecco gli appelli di istituzioni civili come la Biblioteca Nazionale e l'Orto Botanico (che fa capo all'Università). Potente stimolo di civismo, fondato sul senso di appartenenza e di responsabilità fattiva per un «bene comune», secondo i suoi (crescenti) sostenitori la raccolta diffusa di fondi sarebbe l'uovo di colombo a fronte della penuria e della farraginosa erogazione dei fondi pubblici. Non tutti però definirebbero vero crowdfunding appelli come quelli fiorentini, sostenuti, secondo i critici, più dall'emotività contingente che da progetti strutturati, come invece prevederebbe ogni raccolta mirata. Col rischio, anziché di dare gambe a idee altrimenti destinate al cassetto, di una perdita di efficacia, e di un assist involontario all'inefficienza (eo alla malafede) pubblica. «In pochi giorni si sono fatti avanti in tanti, come nessuno si aspettava» rac- conta padre Bernardo Gianni, priore di San Miniato, che ha lanciato una sottoscrizione pro restauro delle facciate e delle vetrate monumentali della basilica. Universitari con in mano 10 euro, una scuola elementare con un sacchettino di spiccioli raccolti a ricreazione, «giovani sposi, anziani che nemmeno vivono più a Firenze, e si sono rifatti vivi» mettendo mano al portafoglio. Credenti, ma anche no, segno che «è scattata un'identificazione personale con un luogo del cuore, coinvolgente sia da un punto di vista architettonico che umano». E però attenzione, dice padre Bernardo, ponendosi su una linea mediana fra sostenitori e detrattori della raccolta diffusa: «Tutto questo è bello, purché non deresponsabilizzi lo Stato dal fare la sua parte, e purché in nome dell'emergenza non si consegnino i monumenti a una gestione privatistica ». «Il crowdfunding ha senso solo se uno Stato funziona, non per tappare le sue falle» sostiene lo storico dell'arte Tomaso Montanari, noto per le sue campagne per una gestione pienamente «pubblica » dei beni culturali. «Non si possono chiedere soldi all'improvviso per un giardino danneggiato o un vetro rotto, prima servono preventivi, progetti chiari e massima trasparenza, altrimenti i soldi fanno la fine di quelli raccolti per tante calamità e spariti chissà dove». E anche in caso di emergenza, «dovrebbe essere lo Stato a muoversi, quantificando subito cosa è in grado di fare, quanto si tratta di aggiungere con un crowdfunding, e rendendo tutto controllabile». «Non si tratta affatto di interventi alternativi a quelli pubblici, ma solo di un gesto in più per sentirci cittadini migliori » spiega la direttrice della Biblioteca Nazionale, Maria Letizia Sebastiani, che dopo l'ondata che ha abbattuto vetrate e lucernari ha chiesto di devolvere «anche solo l'equivalente del costo di un caffè» alle casse della biblioteca, «sia chiaro, mica per fare tutto con questi fondi, ci mancherebbe, ma solo per aggiungerli a quelli promessi dal ministero, che sono sicura arriveranno». Un milione e 800 mila, secondo le prime stime. Dal 5 ottobre - quando in tutta l'area fiorentina si festeggerà la «Domenica di carta», con biblioteche aperte e visitabili - chiunque potrà fare la sua donazione sul conto corrente indicato nel sito della Nazionale. La prima cosa da rifare, e subito, sono tetti e grondaie, e magari, con i tempi della burocrazia, ci sta che i soldi del crowdfunding arrivino prima di quelli del Mibac. Perplessa, invece, l'Associazione dei lettori della Biblioteca: «Appello al buon cuore? Sono contraria» dice la coordinatrice Natalia Piombino. «Lo Stato deve far fronte ai propri impegni anche in caso di calamità improvvise, non si può più far dipendere il funzionamento dei beni culturali dalla generosità privata come nell'800». «Siamo realisti, la gestione quotidiana del pubblico avrà sempre bisogno della partecipazione dal basso, e sarà un bene, perché così si stimolerà senso civico e controllo morale» sostiene il critico d'arte Philippe Daverio, convinto che, semmai, «la nostra cultura partecipativa sia ancora scarsa, soprattutto per colpa delle istituzioni, che la contrastano per non dover poi rendere conto di ciò che fanno coi soldi raccolti ». «C'è tanta gente affezionata all'Orto botanico, e che si sente coinvolta nella sua cura non solo in occasioni del genere, ma tutto l'anno» dice il presidente del Giardino dei Semplici Guido Chelazzi. Convinto dell'importanza non solo contingente dell'appello post-grandine: «Di qualunque entità sia, ogni donazione avrà un alto valore simbolico» che servirà anche «per fare pressioni sulle istituzioni pubbliche, Università, Comune, Regione, perché facciano in fretta il loro dovere». A ogni versamento, anche piccolissimo, corrisponderà un piccolo riconoscimento, un gadget realizzato col legno dei tanti alberi crollati, sorta di minuscolo «certificato di proprietà » di un pezzetto del glorioso Orto fondato da Cosimo I. E chissà, nota Chelazzi, che proprio su gesti del genere non si fondi «un nuovo rapporto fra cittadini e istituzioni», danneggiato non dalla grandine, bensì dalla cattiva politica. Anche perché, a differenza di quel che accade coi fondi pubblici, in questo caso «ogni euro avrà un'immediata destinazione pratica: entro un mese bisogna mettere al chiuso le collezioni di piante in vaso, e cioè aver ricostruito le serre monumentali», spesa preventivata 20-30 mila euro. Nel ping pong fra favorevoli e contrari, prova a mettere ordine l'economista Luigino Bruni, docente di economia politica all'Università di Milano Bicocca, e teorico della cosiddetta «economia di comunione »: «Un conto» dice «è se il privato è una grande impresa o un capitalista che finanzia con 1, per poi fare affari per 10 a spese della stessa collettività che vuol far credere di aiutare». Tutti questi «andrebbero tenuti ben lontani dai beni culturali, che, non dimentichiamolo, sono il compendio storico delle nostre virtù civiche». Altra cosa «è il privato cittadino che sperimenta forme di democrazia economica partecipativa, con dietro una società civile matura, e che chiede che tanti, anziché pochi ricchi, riprendano in mano collettivamente ciò che altrimenti finirebbe a chi pensa solo a sé stesso ». La ricetta buona, insomma, sarebbe un'alleanza fra virtuosi: «Pubblico che funziona, e comuni cittadini col senso della cura. Come, del resto, è sempre accaduto in passato, quando chiese e palazzi furono costruiti, tutti insieme, da pubblici e privati che amavano davvero le loro città».
la Repubblica
28 Settembre 2014
S.Miniato ferito fioccano gli aiuti "Bene, ma lo Stato faccia la sua parte"
MA
Maria Cristina Carratù
la Repubblica
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Bene culturale
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