Per un verso, con il meccanismo del «silenzio-assenso», si sarebbero potute costruire «grandi opere» anche in aree vincolate. Per un altro, avremmo avuto la privatizzazione della difesa del suolo. In entrambi i casi, o meglio per entrambi i commi, ieri il governo ha dovuto fare dietro front: sono stati bocciati in Parlamento durante le votazioni del maxi emendamento sulla competitività. Esulta Italia nostra: «Adesso però è necessario continuare a vigilare», commenta Gaia Pallottino, segretario generale dell'associazione, «va rovesciato il concetto secondo cui, per essere competitivi, bisogna sfasciare il territorio». «Il governo è stato costretto a fare marcia indietro», commenta invece Fabrizio Vigni, capogruppo Ds in commissione ambiente della Camera, rivendicando il merito di alcune delle modifiche apportate. «Per la seconda volta», aggiunge, «è stata colpita l'idea di affidare le attività in materia di difesa del suolo ad una imprecisata Società per azioni. Un'idea folle: la difesa del suolo può essere svolta solo da istituzioni pubbliche». Soddisfazione bipartisan, visto che anche Rocco Buttiglione, ministro per i Beni culturali, ringrazia il Parlamento per la decisione assunta: «I beni culturali non sono solo delle merci», commenta il ministro, «il silenzio assenso è una difesa giusta del cittadino contro una pubblica amministrazione neghittosa, ma nel caso del patrimonio culturale questo diritto deve cedere davanti alla tutela di beni costitutivi della nostra identità».
Beni culturali, ritirato il silenzio assenso
Il governo ha dovuto fare dietro front dopo che il maxi emendamento sulla competitività è stato bocciato in Parlamento. L'idea di privatizzare la difesa del suolo è stata rovesciata, ma il governo ha mantenuto alcune modifiche. La difesa del suolo può essere svolta solo da istituzioni pubbliche, secondo Fabrizio Vigni. Rocco Buttiglione, ministro per i Beni culturali, ha ringraziato il Parlamento per la decisione assunta, sottolineando che i beni culturali non sono solo merci. Il silenzio assenso è una difesa giusta del cittadino, ma nel caso del patrimonio culturale deve cedere alla tutela di beni costitutivi della identità.
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