Una esposizione all'insegna della demagogia, con gli immancabili temi «politically correct»: continua l'avanzata degli artisti cinesi, un intero padiglione dedicato alla Palestina. E su tutto aleggia l'Utopia : I i ) Vittorio Sgarbi Niente da fare anche questa volta. Però me lo immagino il Presidente Berlusconi mano nella mano con la moglie Veronica passeggiare per i giardini e le Corderie della Biennale con l'aria incredula vedendo la prima Biennale del suo Governo cosi come l'ha determinata il presidente Bernabé scegliendo un direttore che ha per gli artisti la stessa considerazione che hanno gli astemi per il vino, un misto di diffidenza e di insoddisfazione. Così il frigido Donami preferisce evitare emozioni ed ebbrezze con una visione calcolata e tutta politica. Continua infatti la grande avanzata degli artisti cinesi, per i quali si aprono intere sezioni. Ma il momento storico è propizio ai conflitti, e quindi la Biennale dovrà tenerne conto in apposita sezione. E giacché c'è uno Stato di Israele, la cui legittimità è sovente discussa, allora si dia largo spazio agli artisti palestinesi nella convinzione che là dove si soffre la produzione artistica è favorita. Non so se queste presenze ci hanno risparmiato l'annunciato padiglione no-global; ma la politicamente corretta pregiudiziale anti-americana impone una vasta rappresentanza di artisti arabi e di testimonianze appassionate di cultura islamica sviluppando il filone aperto con gli undici brevi film proiettati alla Biennale Cinema l'il settembre nell'anniversario del martirio dei poveri kamikaze che hanno incontrato sulla loro rotta le nefaste torri, simbolo negativo dell'Occidente. Giustizia è fatta. Con queste legittime premesse metodologi-che, ideologiche e religiose, il neo-talebano Bonami presenta la sua Biennale, così ignara ed estranea alla realtà degli artisti, non importa se «ritardati» o «sincroni», da far rimpiangere quelle di Szeeman. Come è potuto avvenire questo ennesimo tradimento mentre al ministero c'è un tale che dichiarava che la Biennale non interessava: ed era ineluttabile, come una maledizione, lasciarla ancora una volta nelle mani di quella mafia che ha stabilito cosa sostenere e promuovere, abbandonando nell'ombra e nel disprezzo numerosi artisti straordinari, sistematicamente ignorati. Ed è in questa stessa logica che il Padiglione Venezia non ospiterà nessun artista veneziano, e il Padiglione Italia, concepito per artisti italiani, sarà stravolto per lasciare spazio ai teoremi del Donami, alla ricerca di verifiche dell'insulso schema paleo-marxista fra ritardi e rivoluzioni. Intanto, infischiandosene di queste gabbie per gonzi, di questi artifici impotenti, Lucien Freud a Londra, Antonio Lopez Garcia a Madrid e Werner Tubke a Lipsia e a Berlino, continuano a lavorare. Come mai non ve n'6 traccia, neppure fra i ritardatari? Capisco che occorre lasciare spazio a Patrick Tuttofuoco. Ma questa è la Cinquantesima Edizione della Biennale e sarebbe forse stato opportuno guardare quali grandi maestri (penso ad Arikha, penso a Kitaj, penso a Guccione) lavorano oggi a visioni che non si possono ridurre a schemi ideologici ed extra-pittorici. Con questo criterio Sonami avrebbe volentieri escluso come inadeguati testimoni del loro tempo l'ultimo Tiziano, l'ulti mo Michelangelo, il vecchio Hokusai, Al grido: «Sono in ritardo, sono in ritardo», come fossero treni, li avrebbe lasciati inesorabilmente a casa. La mia idea di confrontare i linguaggi della pittura con le nuove tecnologie e con le sperimentazioni delle intramontabili avanguardie è stata ridotta, da confronto di culture, a verifica cronologica nel nome di una fantomatica «sincronia». Sei sincrono? Allora ci sei, qualunque cosa tu faccia. Un'altra occasione perduta è stata l'antologia di cinquanta capolavori, uno per ogni Biennale, o cento, o cen-tocinquanta, scegliendone due o tre, fra quelli che furono esposti e che talvolta segnarono la fine o l'inizio della Storia. Inopinatamente, nella mutilata antologia Paintings, il Bonami decide di partire dal '64 con un'opera di Rau-schenberg, per arrivare, con grido di giubilo, a Murakami. Ma ciò che non ha senso è l'antologia di cose che non vi furono, di quadri che mai furono esposti alla Biennale, di artisti che, saranno anche stati «sincroni», ma i curatori del tempo non invitarono. E allora che ci stanno a fare? Non un'antologia delle opere esposte alle Biennali, ma dei sogni delle Biennali come le avrebbe volute Bonami. Stravaganze. Arbitrii. Opinioni, Artisti pochi. Politica molta. Demagogia ovunque. La quale, applicata all'arte, produce effetti catastrofici. Ma Bonami non È contento. Vuole infierire. E immagina una nuova Biennale del dissenso che dia voce a tutte le vittime del regime americano e del complice governo italiano. Questa interessantissima sezione si affianca a Zone d'urgenza, astratta categoria in cui far entrare qualunque velleitaria ricerca. Originalissimi sono i presupposti di Bonami: «La Biennale avrà due anime che non possono più rimanere isolate: la dimensione del sogno e quella della realtà». E intanto il sogno diventa realtà: la Palestina prima di essere nazione avrà un padiglione alla Biennale: «Non avrà la forma di un padiglione ma sarà una installazione sulla identità palestinese, frutto di una ricerca nei territori occupati che riporterà una serie di documenti e di interviste alle persone». Da qui si arriva agilmente a Utopia Station che riporta la mostra al suo nucleo originario, primariamente politico: «Oggi il mondo è troppo pericoloso per contemplare alcunché che non sia utopico». Infine, trattandosi di una biennale di arti visive non poteva mancare una sezione di sessanta artisti-e architetti, intitolata The lana. Insomma un'altra occasione perduta, non per lui, che, con un manipolo di pochi altri è l'ultimo artista-architetto, impossibile da comprendere per il modesto duo impiegatizio Bernabé-Bonami, ma per la Biennale: ancora una volta, e ormai da più di vent'anni, non c'è traccia di Luigi Serafini.