Firenze, 24 settembre 2014 - «...DOPO LA PULITURA si è rivelata un'impronta pittorica dove la tavolozza di Leonardo, oltre al suo magistrale disegno, si esercita con risultati affascinanti. La predisposizione di tonalità prefigura il chiaroscuro paesaggistico e dà conto della solidità degli elementi architettonici. Insomma, qualcosa di molto più avanzato di ciò che poteva apparirci al di sotto degli spessi e offuscanti strati di vernice». Se fosse una sigla di chiusura sarebbe un'uscita perfetta per Cristina Acidini, soprintendente del polo museale fiorentino che ha annunciato le sue dimissioni in mezzo alla bufera di due inchieste, della Procura della Repubblica e della Corte de Conti. A margine della presentazione del restauro dell'Adorazione dei Magi di Leonardo da Vinci, capolavoro degli Uffizi da alcuni anni nelle sapienti mani dell'Opificio delle Pietre Dure, spiega il motivo della sua scelta così pesante. Perché andarsene a poco più di un anno dalla pensione? E' così in disaccordo con la riforma Franceschini che entra in vigore il primo gennaio 2015? «No, non è così. Non c'è polemica o sfiducia, ma la ragionevole proiezione degli effetti di questa riforma, la quale, se ci limitiamo al quadro fiorentino, poiché non sono interessata ad altre opportunità in altre città d'Italia, vede letteralmente scomparire la struttura del Polo museale da me ora guidata. Ho solo chiesto di poter entrare in pensione con un lieve anticipo rispetto alla scadenza anagrafica o contributiva. Avrei avuto ancora un anno di lavoro». Ma come giudica la riforma? «Contiene elementi di grande interesse, tra questo l'autonomia dei musei. E' dunque un fattore di adeguamento a uno standard internazionale. Che poi questo accada in un ministero provato dalle numerose riforme e dai mutamenti legislativi in atto dal 1998, e a un ministero che sta vedendo purtroppo, contrarre le risorse umane e finanziarie, questo può avere degli effetti che si preannunciano abbastanza problematici». Lei ha parlato della fine di un'epoca... «Beh, si conclude l'epoca della tutela dell'unitarietà delle gallerie fiorentine che ha visto protagonisti Giovanni Poggi, Ugo Procacci. Luciano Berti, Antonio Paolucci e, a conclusione di questo ciclo, me stessa. Da quella che oggi è una competenza unificata, 24 musei in gestione diretta e la tutela territoriale del patrimonio di Firenze, si passerà infatti a una gestione che vede presenti non meno di cinque soggetti: Uffizi, Accademia, Bargello, Polo Regionale, Tutela Territoriale. Non era mia intenzione candidarmi per un quinto delle responsabilità che ora ricopro interamente». Veniamo alla tegola delle inchieste. Come si sente? «Per le indagini si è sempre sereni nella misura in cui, questo è il mio punto di vista, si è lavorato per l'interesse dello Stato all'interno dei margini di correttezza che le leggi ci consentivano. E' evidente che è sempre possibile interpretare diversamente questo atteggiamento, ma avrò, mi auguro quanto prima, il modo di chiarire l'operato e le motivazioni del medesimo». Ma secondo lei serve una figura più manageriale all'interno dei musei? «Su questo punto a volte si creano contrapposizioni anche troppo rigide: nel senso che, per esempio, almeno da una parte dell'opinione pubblicamente espressa, mi si accusa di essere affarista, di condurre i musei in modo manageriale. Ma dalla parte politica, si preferisce che agli storici dell'arte subentrino i manager: ci vogliamo decidere?» Se il ministro Franceschini le chiedesse di restare? «Il dialogo è aperto fino all'ultimo giorno utile, ma non ho motivo di credere che questo dialogo sia ricercato. Non vedo possibilità neppure la permanenza, per una eventuale transizione. Formalmente occorre un decreto, che viene sottoscritto e poi inviato. Io non l'ho ricevuto». Le sue dimissioni sono arrivate contestualmente alla notizia delle inchieste. Un caso? «E' vero, c'è una coincidenza cronologica ma i percorsi sono indipendenti. Le mie dimissioni sono un fatto puntuale che si è verificato quando ho messo a protocollo una lettera di richiesta al ministero il 5 settembre scorso». Se andrà in pensione cosa farà? «Uno storico dell'arte esce di casa e trova da lavorare per 24 ore al giorno, perché ci sono sempre un tabernacolo, una chiesa, un dipinto da studiare e a cui dedicarsi».