DA QUANDO il dio della multimedialità ha convertito in forme ibride i modi, il desiderio e poi anche il consumo metropolitano di cultura. O eviteremo di dire con chiarezza che, se una libreria privata nella memoria collettiva di una parte dei napoletani è celebrata quasi come una specie di City Lights (la roccaforte di Lawrence Ferlinghetti e della beat generation a San Francisco), è solo perché qui siamo campioni mondiali di provincialismo intellettuale e istituzionale. Dagli anni sessanta in poi, la nostra città ha vissuto sussulti di modernità spesso casuali, sempre fuori dai luoghi ufficiali della distribuzione del sapere, qualche volta anche nella mitica Saletta Rossa di Port'Alba, illudendo le piccole cerchie degli appassionati - due, forse tre generazioni di intellettuali irregolari di essere protagoniste e di possedere una narrazione alternativa a quella tradizionale della cartolina ottocentesca. Soprattutto, è stata l'iniziativa privata di librai come Guida e di editori corsari come Pironti, di avvocati superdotati come Marotta, di galleristi internazionali come Amelio, di impresari coraggiosi come Igina Di Napoli e Angelo Montella o di un regista flâneur come Vittorio Lucariello a determinare in modo caotico e rocambolesco la crescita culturale di una parte della città e del suo pubblico nei decenni che precedettero l'avvento e poi la fine del bassolinismo. Oggi, però, niente è più come prima. Ci sono state carriere fantastiche ma anche alcuni esili non dorati, fughe, divorzi, morti, fallimenti. Ed è venuto il momento di dire che tutte queste storie sono ormai lontane dal cuore della città. Se vengono ripescate, è solo per celebrare un inutile e melenso "come eravamo" in cui nessuno crede più (ecco la ricorrente solidarietà di maniera per Marotta, la finta battaglia contro la chiusura Treves, il pianto annunciato per la smobilitazione di Guida); o per ottenere qualche vantaggio strumentale, di sostegno a discorsi e a luoghi di scarsa presa identitaria. Finito quel mondo avventuroso, dispersa quella piccola comunità di spettatori impegnati e molto ideologici, dopo quasi due decenni di politiche di sinistra già archiviati, Napoli è precipitata in una specie d'interregno, nell'attesa che qualcosa di nuovo accada, benché nessuno sappia dove, come e quando e se l'auspicio s'avvererà. Negli ultimi anni, quasi per contraccolpo della storia più recente, i luoghi ufficiali della cultura si son messi a rincorrere un pubblico diverso, artificiale - come al San Carlo, dove si cerca di sfondare i limiti della platea tradizionale, livellando in modo confuso la proposta musicale; con i trucchetti del teatro stabile di De Fusco, che si autofinanzia grazie alle alchimie regionali e si autopremia nella speranza vana di primeggiare su un mercato immaginario; o, all'inverso, nel modo autolesionista del museo d'arte contemporanea che va negoziando con le gallerie un claustrofobico consenso al ribasso, per una presunta valorizzazione del territorio di sapore chiaramente clientelare. Nel silenzio assordante delle accademie, mentre svanisce il ruolo dei musei storici, boccheggia l'Istituto di Marotta e la Fondazione Idis è ancora prigioniera delle fiamme, continuiamo a piangere e a celebrare le presunte virtù di un passato all'avanguardia, e non ci accorgiamo che nel frattempo la scena napoletana è stata travolta da un'evoluzione del mercato, che in tante parti del mondo ha creato altre forme culturali e altri modi di costruire pubblico. Questo mentre il sistema istituzionale, ormai disancorato dalle storie e dai miti fondativi che lo hanno generato sotto l'egida bassoliniana, gira a vuoto, alla ricerca di un discorso proprio, fingendo di voler conquistare il consenso di fantomatici investitori privati e della comunità sempre più povera degli spettatori paganti. Il caso Guida può essere emblematico. Chi oggi intona il pianto per la fine di una libreria storica frequenta Feltrinelli per i suoi acquisti, non conosce la biblioteca di Marotta, diserta i musei, va all'estero a veder mostre serie e neanche sa più niente del teatro napoletano. Però qui finge e si adegua al comune sentire permaloso. Napoli, invece, avrebbe bisogno di futuro, non di patetiche reinvenzioni del passato. E meriterebbe almeno un presente in cui ciascuno faccia normalmente la sua parte. La parte delle istituzioni sarebbe quella di rompere gli steccati tra i diversi pubblici della cultura, tutti minoritari, incoraggiando una fruizione allargata, non scontrosa, non specialistica, di giovani e di meno giovani. Chi ne ha la responsabilità si dia perciò da fare per allestire un contesto anche per gli impreparati e gli incolti, e lasci che ciascuno metta in funzione il proprio mixer interiore. Se la si farà finita con ogni forma di malinconia e con la retorica del mercato, delle mode ad uso di pochi o delle convenienze locali, magari diventeremo tutti più civili. E forse qualcosa di nuovo si rivedrà anche dalle nostre parti.