Un allevatore di cavalli che ripuliva volontariamente l'area archeologica di Velia allontanato perché gli si voleva far pagare il «raccolto». Dopo la denuncia sul Corriere spuntano altri progetti. Gli agricoltori avrebbero voluto coltivare lì il fico bianco. Ma la Soprintedenza non ha mai risposto. SALERNO «Stiamo per sottoscrivere un protocollo d'intesa attraverso il quale saranno stanziati i fondi necessari alla pulizia delle rovine di Elea-Velia». Dopo che ieri Il Corriere della Sera ha acceso ancora una volta i riflettori sulle condizioni tutt'altro che ottimali in cui versano le rovine di quella che fu la patria dei filosofi greci Parmenide e Zenone, il sindaco di Ascea, Pietro D'Angiolillo, annuncia novità. «Il Comune premette - ha contribuito quest'anno alla pulizia dell'area con seimila euro, poiché la soprintendenza archeologica di Salerno non ha fondi disponibili». E aggiunge: «Presto firmeremo un protocollo d'intesa con i Comuni limitrofi e la soprintendenza per istituire un fondo destinato esclusivamente alla pulizia delle rovine di Velia. Ci auguriamo che anche il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni e le Comunità montane vogliano contribuire alla spesa». Interviene da New York, dove si trova in questi giorni, anche la soprintendente di Salerno, Adele Campanelli. «Erbacce a Velia? Certo che ci sono. I problemi di gestione dell'area sono noti. Vanno affrontati con uno sforzo straordinario in termini di risorse». Aspettando i soldi, però, potrebbe essere una buona idea valorizzare almeno le disponibilità e le competenze di chi frequenta l'area. Il Corriere della Sera ha raccontato, per esempio, la paradossale vicenda dell'allevatore di cavalli che tagliava le erbacce del sito per nutrire i suoi animali, ma è stato incredibilmente bloccato dalla soprintendenza. L'ente ministeriale, scrive il quotidiano, pretendeva che l'allevatore pagasse. Si fanno ora avanti, confidando in una miglior sorte, gli agricoltori del territorio. Tra essi, anche i coltivatori dei prodotti tipici del Cilento, come il fico bianco cilentano Dop. «Potremmo curare la manutenzione del sito coltivando il fico bianco all'interno dell'area archeologica, - propone Raffaele D'Angiolillo, produttore da tempo impegnato nella valorizzazione del millenario fico bianco del Cilento». Aggiunge. «Alla soprintendenza non costerebbe nulla e farebbe bene all'intera produzione delle eccellenze del nostro territorio. Nulla vieta, infatti, che accanto al fico bianco, nel sito di Velia possano sorgere microlaboratori di altre specialità agricole cilentane. Quella del cece nostrano, per esempio, tanto famoso già tra i romani». Conclude: «Ho avanzato questa idea alla soprintendenza qualche tempo fa. Purtroppo, dopo una prima reazione positiva che mi aveva fatto ben sperare, non ho ricevuto più alcuna risposta». Una occasione sprecata, anche perché proprio il connubio tra scavi archeologici, macchia mediterranea ed uliveti suggerì nel 2005 l'istituzione del parco archeologico di Velia. E' stato finanziato, da allora, con risorse nazionali ed europee che hanno permesso significativi interventi di restauro, ma non sono servite a risolvere tutte le criticità dell'area. L'antica Elea fu fondata intorno al 540 a.C. da Focei, Greci provenienti dalle coste dell'attuale Turchia. In epoca romana divenne Velia. Ad oggi, è stato portato alla luce circa il 15 della città antica.