La pioggia, la distruzione, la rinascita Così Benedetti raccontava l'alluvione «Più giornalismo, meno ideologia», raccomandava Arrigo Benedetti. Quelle parole danno il titolo a un'antologia di scritti del grande giornalista che fondò «Oggi», L'Europeo» e L'Espresso». Oggi il volume, in una ristampa del 2013, si presenta alle 17,30 al Gabinetto Vieusseux, (Palazzo Strozzi, Sala Ferri). Partecipano: Carlo Bartoli, Alessandro Benedetti, Cosimo Ceccuti, Alberto Marchi, Sergio Romano, Alberto Sinigaglia. Da quel volume pubblichiamo degli stralci, tratti dall'articolo « La paura del fango» uscito su «l'Espresso», del 13 novembre 1966. FIRENZE Cominciò la mattina presto. Era ancora notte quando le acque traboccarono e scivolarono nelle strade. Pioveva forte, c'era qualche bar aperto e l'animazione dell'alba intorno ai panifici. La pioggia nera rallentava il sorgere del giorno. Alcune automobili correvano, proprietari di negozi che dicevano: «Il peggio deve essere passato», supponendo di fare in tempo a mettere in salvo un po' di merce. Di là dagli sporti aperti, dalle saracinesche sollevate, si vedevano i bagliori delle candele e delle pile. Ormai saltavano le cabine elettriche, uno dopo l'altro i rioni restavano al buio; cominciavano le esplosioni delle caldaie per il riscaldamento; altri scoppi nessuno li sapeva definire. Verso le sette e mezzo, i pochi proprietari di negozi accorsi vennero messi in fuga dalle acque crescenti. Il peggio non c'era ancora stato. Il traffico parve intensificarsi, le prime automobili furono rovesciate. L'onda scavalcava ormai i parapetti del fiume, s'incanalava nelle strade, per via de' Benci, per esempio, raggiungeva piazza Santa Croce, circondava le carceri di Santa Verdiana, di Santa Teresa, delle Murate, il nuovo edificio della «Nazione». L'onda respingeva uomini e donne usciti di casa per le provviste, e quelli che andavano in chiesa per il primo venerdì del mese. Raggiungeva gli Uffizi, entrava negli studi per il restauro, bloccava in Palazzo Vecchio il sindaco Bargellini. Acquistando velocità scendeva verso piazza della Repubblica, sbatteva contro i fianchi del Battistero, rovesciava altre automobili in sosta, contorceva biciclette, le schiacciava contro la ringhiera che circonda il Duomo, dove sarebbero rimaste appiccicate in un amalgama di fango, rami, foglie, stoffe, carte. Staccava le formelle dalle porte d'oro del Ghiberti. Era la mattina del 4 novembre, giorno festivo, le bandiere esposte alle finestre degli uffici pubblici pendevano appesantite dalla pioggia. Ormai per le notizie c'erano solo i transistor, ma i giornali radio cominciavano sempre parlando delle cerimonie sull'Altare della Patria. I fiorentini ridevano. Chissà con quale sarcasmo, la sera, se ne avessero avuto la possibilità, avrebbero assistito al telegiornale delle otto e mezzo: bersaglieri, reduci, ministri; il patriottismo rendeva ancora una volta ridicola l'Italia. Via via che il giorno cresceva la pioggia lasciava filtrare una luce biancastra. Un segno di colore insolito, giallo-rossastro, sorprendeva la gente affacciatasi alle finestre dei piani superiori; una specie d'untuosità. La nafta! Usciva dai depositi per il riscaldamento, galleggiava sulle acque insieme al liquame delle fogne. Oggetti d'un artigianato raffinatissimo si mescolavano agli orribili souvenir turistici, ai cuoiami con impresso il giglio, ai piatti con Dante che passeggia sbirciando Beatrice... La piena penetrava nelle stradine strette e lunghe che corrono parallele ai lungarni Diaz, Acciaiuoli, Corsini, Vespucci. Imboccato Borgo Santissimi Apostoli, sollevava le automobili in sosta, sboccava nei cortili e ne snidava altre portandole con sé... Crolla il Ponte Vecchio, credettero molti fiorentini, e lo gridarono stupiti: un guasto che i tedeschi nell'estate del '44 non ebbero il coraggio di compiere dopo avere distrutto tutti gli altri ponti cittadini, ora lo faceva il fiume. Finivano di crollare, invece, i parapetti verso il Ponte alle Grazie, e l'intiera balaustra del Lungarno Acciaiuoli e metà della sede stradale... «Che schifo!», gridavano coloro che scendevano le scale e si protendevano sulla corrente. La nafta, lo sterco, coloravano il pelo mobile delle acque, lasciavano il loro segno immondo sulle facciate dei palazzi di pietra, s'insinuavano nelle bugnature, scivolavano sulle panche anch'esse di pietra fuori dei palazzi di via Cavour, di via de' Pucci, colmavano le cassette rosse della posta, i cestini metallici per le cartacce... A questo punto, il cronista ha il dovere d'una precisazione topografica. Non è stata colpita solo la Firenze storica e quella raffinata dei bei lussuosi negozi. Tra le sei del mattino e la sera del 4 novembre, i disagi, i pericoli diventavano forti come mai lo erano stati forse neanche durante la guerra nel quartiere popolare di San Frediano, in quelli poveri dove esistono ancora le casupole dell'avarizia granducale... Una grande città annovera poi nella sua popolazione un numero grosso di animali. Gatti, cani, volatili sui tetti accomunati dalla paura, muti; altri animali risucchiati dalla corrente; infine i bellissimi cavalli dell'ippodromo delle Cascine e delle Mulina, più di 150, si dice, morti affogati, dopo aver tentato in uno sforzo terribile di liberarsi e magari dopo essersi liberati finiti nel fango untuoso... La mattina del 5 era bel tempo. «Via questa sporcizia», dicevano uomini e donne raccogliendo la fanghiglia untuosa rimasta nei negozi. «Via, via», mormoravano con una smorfia di ribrezzo, smaniosi d'eliminare i segni di un disordine inammissibile a Firenze, fare sparire quel rigurgito schifoso dell'inferno. «Che schifo la nafta!», esclamavano... I fiorentini si sono messi subito al lavoro senza aspettare gli aiuti governativi o municipali, eccitati anzi dalla molle pigrizia della burocrazia, autonomi come sempre e con un fervore intenso, non ostentato proprio come nell'estate del '44 quando la guerra arrivò in città...
Alluvione 1966. Benedetti. Un cronista nel fango
L'antologia di scritti di Arrigo Benedetti, "La pioggia, la distruzione, la rinascita", racconta l'alluvione del 1966 a Firenze. L'articolo "La paura del fango" descrive la scena: la pioggia forte, le acque che traboccano nelle strade, le automobili rovesciate, le persone che cercano di mettere in salvo le merce. La piena risale anche alle stradine strette e lunghe, e porta via gli animali, tra cui i cavalli dell'ippodromo. La mattina del 5, il tempo migliora e i fiorentini iniziano a raccogliere la fanghiglia e a fare sparire i segni di disordine.
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