«Un museo della stampa. Una cosa che c'è in tante città e regioni di Italia, posti che talvolta hanno anche una tradizione meno nobile, da questo punto di vista, rispetto alla nostra. E che da noi invece manca». Dopo la notizia della chiusura de L'Arte Tipografica, e dopo gli interventi negli scorsi giorni di tante personalità che hanno voluto esprimere il proprio rammarico per la scelta della proprietà, Angelo Rossi torna a raccontare degli ultimi sforzi fatti per salvare la sua azienda, e in generale il patrimonio storico e culturale che questa ha accumulato negli anni. «L'ultimo tentativo l'ho fatto meno di una decina d'anni fa. Un tentativo istituzionale, ma non una richiesta di soldi che consideravo e considero tuttora inutile. L'idea era quella di continuare a far funzionare la tipografia, ma di farne un museo. Un museo attivo. Vivo, non morto, che mostrasse tutto il processo di lavorazione di un libro, in cui si stampasse per davvero e fossero spiegati tutti i passaggi necessari per l'ideazione e la creazione di un libro: la composizione, la stampa e la rilegatura. Tre direttrici che oggi finiscono per confondersi, perché le tre fasi vengono fatte insieme attraverso l'uso di computer e macchinari tecnologici sempre più avanzati. Avrebbe potuto essere una testimonianza storica importante, ma non se ne fece nulla». Oltre al valore storico e culturale del museo, l'idea di Angelo Rossi avrebbe potuto, almeno in parte, salvaguardare anche i livelli occupazionali e i lavoratori che da decenni operano nell'azienda di palazzo Marigliano. «Dal Comune non ebbi grossi riscontri, mentre riuscii ad aprire un discorso con la Regione Campania. All'epoca c'era ancora come presidente Antonio Bassolino. Solo che la loro proposta era diversa dalla mia: volevano appoggiare il progetto dandomi dei soldi, mentre io chiedevo semplicemente la concessione di un locale in comodato d'uso, da attrezzare a museo con le mie macchine e con le professionalità che si erano sviluppate in decenni di lavoro all'interno della azienda». Dell'operazione si discusse per qualche mese, ma la Regione non riuscii a trovare l'edificio adatto, o comunque la trattativa si arenò senza ulteriori sviluppi: «L'operazione aveva avuto il favore di tante personalità illustri e di intellettuali, anche disposti a dare una mano. Ma rispetto alle idee della Regione c'era una divergenza di vedute di fondo: a me non interessava e non interessa prendere dei soldi pubblici per fare qualcosa che duri tre o quattro anni, come è accaduto molto spesso in casi di questo genere. Io chiedevo semplicemente uno spazio all'interno del quale mettere a disposizione un vasto patrimonio perché fosse testimonianza di un passato illustre, e continuasse a vivere a lungo, così come ha fatto negli ultimi settant'anni». Una richiesta assennata, che però non ha mai trovato una sponda concreta nella realpolitik locale. Una proposta caduta per anni nel vuoto e che ora, con il fallimento alle porte, ha sempre meno tempo per essere presa in considerazione.