«Io sostengo che l'urbanistica abbia forti e precise responsabilità nell'aggravarsi delle disuguaglianze e che il progetto della città debba essere uno dei punti di partenza di ogni politica tesa alla loro eliminazione o contrasto». Questo ultimo messaggio, contenuto in La citta dei ricchi e la città dei poveri , è un po' l'eredità dell'urbanista Bernardo Secchi, scomparso ieri. «Le disuguaglianze sociali diceva sono uno dei più rilevanti aspetti della nuova questione urbana e questa è una causa non secondaria della crisi che oggi attraversano le principali economie del pianeta». Professore emerito di Urbanistica allo Iuav di Venezia, Secchi si era laureato a Milano dove era stato preside della Facoltà di Architettura del Politecnico dal 1976 al 1982. Aveva insegnato anche nell'École d'Architecture di Ginevra, nell'Università di Lovanio, Rennes, di Zurigo e nell'Institut d'Urbanisme di Parigi. Architetto colto e studioso anche di filosofia, negli anni Ottanta formò con Vittorio Gregotti e Manfredo Tafuri una triade che segnò l'insegnamento a Venezia. Partecipò alla redazione del nuovo piano regolatore generale di Madrid e a quelli di alcune città italiane, da quello della Bicocca a Milano a quello di Civitanova Marche. Progettò la piazza del teatro e il parco di Spoor Noord ad Anversa, gli spazi pubblici nel centro di Mechelen e il centro educativo di Hoge Rielen. Nel 2008 divenne capogruppo, insieme a Paola Viganò, di una delle dieci équipe selezionate dal Ministero della cultura francese (gli era stata conferita anche la Légion d'honneur ) per studiare il futuro di Parigi, incarico al quale seguirono quelli per Bruxelles 2040 e per la Nuova Mosca. Fondatore di «Archivio di Studi Urbani e Regionali», Secchi collaborò con «Casabella» e diresse «Urbanistica». Città diffusa e architettura come somma di differenze erano sue parole chiave. La tesi di fondo di Secchi era che ogni volta che la struttura dell'economia e della società cambiava anche la questione urbana andava riformulata. E oggi l'idea di città andava riformulata a partire dalle forme di ingiustizia spaziale causate dalle disuguaglianze sociali, dai temi connessi al cambiamento climatico e dai problemi legati alla mobilità. Sostenitore, a tratti ideologico, del multiculturalismo, insegnava che nelle culture occidentali la città era sempre stata spazio dell'integrazione sociale, luogo dove i diversi entravano in contatto e si conoscevano. Anche a causa dell'estremizzarsi di queste posizioni, alcune sue dichiarazioni suscitarono polemiche, come quando a Prato sostenne la validità della trasformazione socio-urbanistica avviata dalle comunità cinesi. O come quando sostenne la bontà di collocare nel territorio altissime pale eoliche perché non solo non rovinano un paesaggio, ma sono stilisticamente perfette. Fondatore del primo dottorato di urbanistica a Venezia, è stato «maestro» di molti attuali docenti e di diversi assessori. A Milano l'ultimo intervento pubblico è stato nell'aprile scorso, alla Triennale, con Arnaldo Bagnasco e Salvatore Veca per suoi 80 anni. Fra le sue pubblicazioni (anche tradotte) ricordiamo Squilibri regionali e sviluppo economico (Marsilio, 1974), Il racconto urbanistico (Einaudi, 1984), Un progetto per l'urbanistica (Einaudi, 1988) e Prima lezione di urbanistica (Laterza, 2000).