Nemmeno il ministro Bondi osò paventare l'abolizione delle Soprintendenze, dolce sogno del neoliberismo italiano. Queste ci sono invidiate persino dalla Francia in quanto, come evidenziato da Settis, esse derivano da una gestione bonapartista del Bene culturale in quanto discendono, ancor prima dell'Unità d'Italia, dalla difesa da parte delle Municipalità delle capitali dei piccoli Stati, del patrimonio cittadino, soprattutto pittorico, che era formalmente di proprietà dei vari principi i quali, per riempire le loro dissestate casse, tentavano di vendere le proprie collezioni (vedi una per tutti i Gonzaga). Le Soprintendenze sono uno dei pochi settori dello Stato Italiano che di fatto hanno tenuto e il cui apporto scientifico è richiesto fuori dai confini. Anche nel quadro scandalistico odierno queste sono state coinvolte raramente, anche se impegnate in settori travolti dalle tangenti come l'Aquila, o, per Venezia, il Mose. Oggi si alza in laguna un inno "laudator temporis acti" che invece di analizzare storicamente la situazione complessa della tutela veneziana con intenti migliorativi, si appella ad un mito: la soprintendente di ferro Margherita Asso e attraverso questa lente deformante analizza il presente in chiave totalmente negativa. Esaltare gli abiti e le abitudini della Asso è un non fargli onore, quello su cui ci si deve ripiegare è il metodo ed il valore politico. Di fronte all'aggressione del patrimonio negli anni Ottanta, basti pensare ai documenti emersi sull'area ex Scalera, il metodo adottato dalla Asso, ma anche da altri Soprintendenti, come Manzoni a Verona, fu il creare quello che oggi chiameremmo un cerchio magico, cioè uno sbarramento interno che le dava la possibilità di difendersi a riccio. Bastava verificare la sua disponibilità personale, incontrandola ai convegni, per comprendere la dicotomia insita in questa strategia. Bisogna riconoscere che da una parte questa chiusura permise decisioni unilaterali come la messa in atto di un vincolo totale su Molino Stucky, salvandolo, ma dall'altra permise anche un arretramento che portò ad una semplificazione metodologica, cioè la totale difesa, non dialettica, dello stato di fatto. Fu Roberto Cecchi a riportare a Venezia i risultati del dibattito nazionale sul restauro conservativo. Senza la sua presenza difficilmente la Fenice stata ricostruita. Da allora la Soprintendenza è ritornata in cantiere e ha re-instaurato un rapporto dialettico con gli operatori ed oggi svolge una tutela complessa su una città che non è più quella degli anni Cinquanta-Ottanta. Allora, con un porto in crisi totale, un turismo economicamente non significativo e con la produzione artigianale ed il settore commerciale in contrazione, Venezia era una città senza destino e non a caso si è dovuto mobilitare il mondo al grido di "salvare Venezia". Oggi, dalla caduta della Repubblica, la città lagunare non è mai stata così restaurata e così sotto tutela, anche le rive, i rii e la cosiddetta Venezia minore. Oggi deve affrontare gravi e nuovi problemi ma sicuramente ha più di allora più futuri a cui può tendere e soprattutto non le servono le nostalgie del tempo passato e lo scardinamento della tutela che fino ad ora le Soprintendenze hanno assicurato, non solo a Venezia. Ex docente di Storia dell'architettura allo Iuav, ora docente di Storia dell'architettura e restauro all'Università di Udine