CINQUE dipinti in tutto del pittore perugino Bernardino Betti, meglio noto come Pintoricchio. O per essere più precisi, quattro tavole, eseguite da lui o da pittori della sua più stretta cerchia, qui convenute da Siena e da Città di Castello per far da corona alla monumentale pala che il maestro umbro realizzò, poco prima di morire, per la chiesa di Santa Maria Assunta di Barbiano. Un capolavoro tardo, ma tutt'altro che stanco o "tirato di pratica": anzi, pervaso da sommessi fremiti di un'aria nuova, che scompagina qua e là il rassicurante equilibrio della prevedibile composizione simmetrica, lasciando presagire il fare grandioso della "maniera moderna". Un gioiello, insomma, che dal 1867 era rimasto a dormicchiare nella Pinacoteca di San Gimignano, perché su di esso non si erano mai accesi i fari del "circo espositivo", ma che oggi torna a rifulgere grazie a questa mostra minimalista. Una rassegna che non va intesa come un ripiego adatto a questi tempi di spending review, ma come un'intelligente indicazione su quale sia la via maestra da battere nei musei del Bel Paese per dar vita a una "valorizzazione" che tenga insieme le ragioni della cultura e quelle del mercato ( Pintoricchio. La pala dell'Assunta di San Gimignano e gli anni senesi , a cura di Cristina Acidini, Claudia La Malfa e Mario Scalini, San Gimignano, Pinacoteca civica, fino al 6 gennaio 2015). Con questa iniziativa virtuosa, voluta dal Comune di San Gimignano e realizzata grazie a un'efficiente alleanza tra competenze pubbliche e private la Soprintendenza senese ne ha spianato il cammino, d'intesa con l'Arcidiocesi e la Fondazione Musei senesi; Opera , società del Gruppo Civita, ha provveduto all'organizzazione; Cristina Acidini (Soprintendenza) e Claudia La Malfa (Università), specialiste del Pintoricchio, l'hanno progettata e curata prende avvio un più ampio progetto che intende proporre, con cadenza annuale (nel 2015 sarà la volta di Filippino Lippi), un approfondimento intorno ai capolavori presenti nelle raccolte civiche. Pintoricchio aveva circa 55 anni ed era al culmine della sua fama, quando il 23 ottobre 1510 l'intarsiatore fra Giovanni da Verona gli commissionò per conto della Collegiata dei monaci olivetani di Barbiano, alle porte di San Gimignano, una grande tavola di quasi tre metri per due. Il contratto ne precisa il soggetto fin nei dettagli: la Vergine Assunta, assisa in cielo su un trono di nubi entro una mistica mandorla dorata, con ai piedi, inginocchiati e oranti, San Benedetto e San Bernardo de' Tolomei. Nato a Perugia intorno al 1455, Pintoricchio vi si era formato contraendo, nella bottega del pittore Giovan Battista Caporali e di suo fratello Giapeco, che esercitava la miniatura, un imprinting indelebile, riconoscibile nel gusto per la minuzia dei particolari eseguiti in punta di pennello e per una profusione ornamentale di lumeggiature e pastiglie dorate, che Vasari avrebbe bollato come "goffissime", giudicandole come un'inaccettabile concessione rétro alle lussuose fioriture del Gotico cortese. Stroncatura ingenerosa, perché ne misconosceva la radice genuinamente "moderna", perché direttamente ispirata all'Antico: Pintoricchio, infatti, fu il capofila di quegli "antiquari sfegatati" (Roberto Longhi), che lasciarono le loro firme graffite sugli umidi muri della Domus aurea, copiando al lume delle torce gli stucchi dorati e gli esili ornati che le ricoprivano, brulicanti di lievi e fantasiose creature che poi rievocavano nelle loro tavole e nei loro affreschi "anticamente moderni". A Siena, il pittore trovò un terreno adatto a far attecchire la propria versione, più fantasiosa e fulgente, delle novità rinascimentali. Qui egli portò a termine quello strepitoso scrigno di cultura umanistica che è la Libreria Piccolomini nel duomo di Siena, per affrescare la quale trasse profitto anche dal talento di un giovane urbinate, ormai sul punto di spiccare il volo per ancor più alte imprese. Ed è proprio grazie a Raffaello che Claudia La Malfa è riuscita a gettare una luce nuova sulla pala che è il fulcro di questa mostra. Contravvenendo alle indicazioni del contratto, Pintoricchio, infatti cambiò il San Bernardo de' Tolomei in un San Gregorio Magno, per rendere omaggio al nuovo papa regnante, Giulio II: l'effigie del suo San Gregorio sangimignanese, infatti, evoca quella dello zio di Giulio II, Sisto IV della Rovere, che il maestro urbinate ha inserito nella Disputa sul Ss. Sacramento affrescata in Vaticano. Con il suo tipico stile, preciso e prezioso, il maestro umbro ha provvisto il suo San Gregorio-Giulio II di una tiara che riproduce ogni pietra della tiara di Sisto IV, e perfino l'araldica ghianda roveresca che la corona, come a dire che il nipote aveva ereditato dallo zio non solo il trono pontificio, ma anche le sue insegne.