La maggiore risorsa economica di Roma è il turismo. Città Eterna, raccoglie tesori d'arte e di cultura che richiamano milioni di persone da tutto il mondo, molte preparate a godere la bellezza materiale e immateriale di questa città, moltissime no ma attratte semplicemente dalla sua fama. Eppoi c'è il Papa che, cattolici o no, attira col suo abito candido e le sue parole tutti coloro che sperano in una vita migliore. Roma si merita il grande flusso di visitatori che c'è, un quotidiano Giubileo che riempie le casse della città. Ma come abbiamo imparato guardando i ricchi, i soldi non bastano mai e per averne sempre di più tutti chissà cosa farebbero. Anche a questa metropoli il reddito turistico, peraltro consistente, non basta: ne vuole di più, sempre di più. In sostanza, vuole aumentare continuamente questa fonte di benessere. Per avanzare nella classifica delle città più visitate, per aumentare il prestigio, per diventare sempre più bella ed efficiente. Il fatidico «che fare?» indica due strade: rafforzare la propria identità marcando la distinzione dalle altre concorrenti (ormai è il caso di dirlo) oppure adeguarsi il più possibile alle esigenze del turismo in modo da risucchiarlo tra le Mura Aureliane? La battaglia in corso su «tavolino selvaggio», camion bar e tutto il resto va inquadrata nella drammaticità di una scelta strategica, epocale, carica di conseguenze per gli anni futuri. È lo stesso anche per la pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali e del Tridente. È così per la stessa gestione dell'arredo urbano, perfino per ciò che riguarda alcuni servizi pubblici. Un'ispirazione integralista porterebbe da un lato a ricreare l'immagine di Roma «com'era», stabilendo un periodo di riferimento: potrebbe essere la Roma di Fellini, Flaiano, il secondo dopoguerra con poche macchine per strada, parecchi caffè (non bar) e trattorie, i tram, un'aria sorniona e assonnata ad avvolgere rioni, monumenti e fondali barocchi. Tutto ciò che è venuto dopo, via: invasione di ristobar, negozi trash, pizze al taglio, ambulanti, cartelli pubblicitari, bus rossi a due piani e così via. Dal lato opposto, Roma dovrebbe aprire le braccia al grande turismo offrendogli tutto quello che gli fa comodo: tavolini e snack dappertutto, shopping economico, saldi tutto l'anno, pullman ovunque, suoni e luci ai Fori, centurioni al Colosseo. Insomma, una città a (presunta) misura di turista. Come mai Parigi e Amsterdam -tanto per fare due esempi- mantengono un'identità forte e continuano ad aumentare i visitatori? Hanno trovato una formula aurea: offrono al turista quello che sono. Sono città moderne, efficienti. Sono quelle di sempre ma vanno bene anche oggi, sono al passo con i tempi. Non si sono musealizzate né vendute agli operatori turistici. Roma sembra combattere tra la scelta di un'immagine da dagherrotipo ed una virata sui colori acidi, post-pop. Prima di Mercedes Sosa e Zygmunt Bauman il greco Eraclito aveva accettato l'idea che al mondo «tutto cambia». Anche la Città Eterna lo sa. Bisogna applicare la sua saggezza: in medio stat virtus, la soluzione sta a metà. E così finirà la guerra dei tavolini per la conquista di un miliardo di turisti.