l cannone del Tigre rimase puntato verso la tipografia per diversi minuti, pronto a far fuoco. Poi arrivò un contrordine e il carro armato cambiò direzione spostandosi verso il ponte della Sanità. Da giorni i tedeschi meditavano di far saltare in aria lo snodo più importante per i collegamenti tra Napoli e la capitale, ma la risposta dei partigiani aveva impedito lo svolgimento dell'operazione, tanto che i militari del Reich decisero di convogliare in loco tutte le forze disponibili. La «vendetta» contro la redazione de «La Barricata» fu invece rimandata a data da destinarsi e la tipografia degli Artigianelli (fondata dai padri Bigi nella parte inferiore del monastero di salita San Raffaele, per formare al mestiere i trovatelli napoletani) scampò miracolosamente il pericolo assieme ai giornalisti al lavoro. Nel corso delle Quattro Giornate, all'interno della tipografia di Materdei, veniva stampato il quotidiano «La Barricata», per opera di un gruppo di intellettuali liberali che durante la Resistenza diffusero cronache, comunicati e informazioni sugli spostamenti dei tedeschi e i successi dei partigiani. Finita la guerra, da quell'esperienza sarebbe nato «Il Giornale», quotidiano stampato a Napoli per tredici anni, prima in un antico palazzo ai Quartieri Spagnoli e poi nelle sale de L'Arte Tipografica, storica tipografia di palazzo Marigliano, in via San Biagio dei Librai. A tenere il filo di questa storia è Angelo Rossi, un nome che per tre generazioni è stato parte importante nella storia dell'editoria napoletana. Il primo dei tre Rossi fondò nel 1932 Gli Artigianelli, su richiesta dei monaci di Materdei; il secondo, cresciuto all'interno della tipografia del padre, partecipò alla nascita de «Il Giornale», istallando nel '47 le macchine per la stampa in un palazzo Marigliano distrutto dalla guerra e ricostruito per l'occasione; il terzo ha continuato l'opera dei suoi predecessori, portando avanti l'azienda fino a oggi, quando chiude dopo quasi settant'anni anni di attività: «Poco dopo la mia nascita, nel 1936, i fascisti promulgarono una legge che vietava ai padri di dare il loro nome ai propri figli. E così io sono uno degli ultimi a poter avere avuto questo privilegio». Dopo l'arrivo a palazzo Marigliano, le esperienze dell'Arte Tipografica e de «Il Giornale» andarono di pari passo fino al 1957, quando gli editori Quinto Quintieri, proprietario della Banca di Calabria, e Tom Astarita, decisero di chiudere il quotidiano. Da quel momento la tipografia ritornò a occuparsi esclusivamente di libri e riviste, come la storica «Napoli Nobilissima», fondata da Benedetto Croce, Michelangelo Schipa e altri intellettuali partenopei nel 1892. Angelo Rossi racconta la storia dell'azienda dietro la lunga scrivania, seduto sulla poltrona in pelle che è stata il suo posto per oltre mezzo secolo. «Dopo un decennio in cui la tipografia aveva fatto un lavoro straordinario sotto la sua direzione, all'età di quarantanove anni mio padre ha avuto una trombosi. All'epoca guadagnava un milione e mezzo al mese, una cifra stratosferica, che corrispondeva più o meno al valore di una macchina di grossa cilindrata. Nel frattempo io ero cresciuto in una situazione molto favorevole: a quattordici anni avevo già la motocicletta 125, a diciotto la macchina, andavo dai migliori sarti di Napoli per farmi vestire. Il mio preferito era Carà, che stava a via Chiaia e poi a piazza dei Martiri. Poi, essendo il figlio più grande, toccò a me mandare avanti questa famiglia con cinque figli, mia madre e mia nonna. Da che ero uno scapocchione dovetti diventare in pochissimo tempo una persona seria, crescere velocemente. Dopo pochi mesi finì che di giorno facevo il ragioniere dell'azienda e di notte l'operaio supervisore. In breve tempo la tipografia era diventata la mia vita». A quasi settant'anni dall'arrivo a palazzo Marigliano le macchine (e gli operai) dell'Arte Tipografica hanno cessato da qualche giorno le proprie attività. La proprietà ha provato a liquidare gli stipendi dei lavoratori vendendo i macchinari, ma senza trovare un acquirente; la strada del fallimento non è ancora percorribile, nonostante il debito accumulato negli anni, in considerazione del capitale costituito proprio dai volumi e dai macchinari; anche quella «istituzionale» non si è rivelata fruttuosa: l'offerta fatta dalla famiglia Rossi a Comune e Regione per aprire un museo della stampa, mettendo a disposizione le macchine e il materiale (nell'unica regione italiana che non possiede uno spazio espositivo di questo genere) è caduta nel vuoto. Così oggi gli operai aspettano, dopo essere tornati a casa alla spicciolata. «Ricordo che nel '67 ci fu una grande crisi racconta Rossi e l'ingegner Astarita decise di dismettere la tipografia. Io andai da lui mi offrii di dirigerla. Avevo poco più di vent'anni, ma all'epoca per contare qualcosa dovevi averne almeno il doppio. Lui mi rispose: "Ma come, lei è un ragazzino!", però poi lo convinsi, e dopo un anno, con l'aiuto degli operai riuscimmo a risollevarla. Dopo la morte di Quintieri però la tipografia fu comunque messa in liquidazione, e ancora una volta furono gli operai ad aiutarmi. Erano anni in cui c'era la guerra di classe tra i lavoratori e i padroni, ma noi riuscimmo a metterci d'accordo: mettemmo insieme tutte le nostre liquidazioni, e con quei soldi rilevai la tipografia, con tutti i macchinari all'interno, restituendoglieli poi nel corso degli anni». Da allora, e fino almeno alla fine degli anni Novanta, la stampa è proseguita in maniera continua, dando vita a volumi molto apprezzati, e identificando L'Arte Tipografica come una realtà culturale e industriale importante, nel cuore della città. «Una volta in America, a New York, stavamo presentando un libro alla presenza di Andreotti, e ci stava pure il conte Marigliano, il proprietario del palazzo. Allora Andreotti gli si avvicinò e fece: "Ah, lei è Marigliano! Quello che sta nel palazzo dell'Arte Tipografica!"». Oggi l'azienda dismette il suo patrimonio materiale e culturale, ma il suo proprietario dice di averne abbastanza di requiem e celebrazioni ogni volta che una libreria, una casa editrice, una tipografia chiude i battenti. «Non mi va di lagnarmi, né di ascoltare dalle istituzioni o leggere sui giornali i soliti piagnistei. Abbiamo fatto tutto quanto nelle nostre possibilità per salvare l'azienda, ma è andata così. Negli anni abbiamo avuto talmente tanti riconoscimenti sulla qualità del nostro lavoro che ora quello che è giusto pensare è che è arrivata semplicemente l'ultima pagina di questo grande libro».
Napoli. Chiude la storica Arte Tipografica editore di Croce
Angelo Rossi racconta la storia dell'Arte Tipografica, azienda di stampa fondata dai suoi nonni nel 1932. La tipografia è stata fondamentale per la Resistenza durante le Quattro Giornate e ha stampato il quotidiano La Barricata. Dopo la guerra, la tipografia è stata rilevata da Angelo Rossi, che ha continuato a gestirla con il suo padre e poi da solo. La tipografia ha avuto una lunga e variegata storia, con momenti di crisi e di successo. Nel 1957, gli editori Quinto Quintieri e Tom Astarita hanno deciso di chiudere il quotidiano La Barricata, e la tipografia è stata messa in liquidazione.
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