Primi in Lombardia per «criticità idrogeologica» In Lombardia c'è tutto, fuorché il mare. Questo mette al riparo la regione dal rischio di tsunami e mareggiate, perché quanto ai restanti disastri idrogeologici non si fa mancare nulla. Un discorso che vale anche e soprattutto per la Bergamasca, prima in Lombardia per «elevata criticità idrogeologica». Un primato che, tradotto in numeri, rileva come 188 comuni orobici (il 77 del totale) sia «esposto» al rischio su una superficie di 164 kmq. Questo nell'ampia casistica, significa che 65.900 bergamaschi, pari a 27.700 famiglie, 32.800 abitazioni e 10.800 edifici potrebbero finire coinvolti in cadute massi, esondazioni, sprofondamenti, valanghe e terremoti (la nostra provincia è nella stessa classe del mantovano) colate detritiche o frane. In questa classifica franosa, Bergamo si mantiene stabilmente al terzo posto: le frane annue erano 26.583 nel 2006 e, nel giro di sei anni, con un incremento dell'11,4 sono diventate 29.608. L'unica consolazione, se così si può dire, è che non c'è «scappato il morto», ma danni a cose e a persone, questi sì: tra il 2009 e il 2014, 5 bergamaschi hanno riportato lesioni personali e 185 sono stati gli sfollati. I dati, che ieri hanno riempito le slide del convegno promosso da Ance e Cresme (Rigenerazione Urbana e manutenzione del territorio), pesano come macigni. Tanto per cominciare sui bilanci dei Comuni: i danni prodotti da questa pazza estate, causati dalle sempre più frequenti «bombe d'acqua» ammontano ad oltre 13 milioni (senza contare il comparto agricolo) e hanno coinvolto 65 paesi. È una Bergamasca instabile, fragile che senza tirare in ballo gli stravolgimenti dei macrosistemi climatici di questi anni, deve rimboccarsi le maniche e guardare la terra per poter guardare avanti. «Il territorio è la principale infrastruttura di un paese che merita un'attenzione programmata e continua», ha rilevato Ottorino Bettineschi, presidente di Ance Bergamo che nel lanciare il principale messaggio eco-sensibile, legge nella rigenerazione del territorio una possibilità concreta anche per il settore edile, obbligato dalla crisi a reinventare mood operativi. In pratica se il grande «male», è la mancanza di manutenzione ordinaria, la «cura» necessaria, dopo la presa di coscienza, passa per le mani di una filiera produttiva e di engineering. «La sensibilità sta crescendo, così come la conoscenza, ma mancano piani di priorità operativa sulla base dei quali avviare un programma strategico di manutenzione del territorio, stimolando modelli innovativi di offerta e di integrazione tra pubblico e privato», ha concluso Bettineschi. Gli ambiti si stanno definendo con sempre maggiore chiarezza: ad esempio, la riqualificazione urbana si deve confrontare con il rischio antisismico e l'Europa, che mette a disposizione i nuovi fondi strutturali, non sembrerebbe essere troppo lontana. La foto è stata scattata e la sfida lanciata. Il progetto annette anche un disegno di riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, sulla base di un valore della produzione nelle costruzioni che, nel 2013, è stato in provincia di 3.094 milioni di euro. Ance lo ha chiamato Rinascimento urbano evocando fasti antichi di bellezza e ricchezza, ma quello che conta è far rinascere almeno la speranza.