LA VICENDA del Piano paesaggistico della Regione Toscana, che ha provocato le giuste proteste dei viticoltori, affonda le sue radici in una visione dell'agricoltura vecchia e totalmente inadeguata ai tempi. Il Piano prefigura forti limitazioni all'attività d'impresa, per la vitivinicoltura ma anche per altri comparti strategici dell'agricoltura toscana come il florovivaismo, mettendo sotto accusa i comportamenti dell'uomo-imprenditore agricolo che avrebbe, con le sue coltivazioni, snaturato il paesaggio intaccando gli agro ecosistemi ed il loro valore naturalistico. Il nostro obiettivo è favorire uno sviluppo del settore agricolo che garantisca crescita ed occupazione a vantaggio di tutti e che allo stesso tempo sia sostenibile. Non si tratta di non volere le regole, ma di avere regole lungimiranti, che non creino nuovi dirigismi, non vincolino l'adeguamento verso un'agricoltura pluriattiva e competitiva (il Pit inserisce nelle criticità anche " la proliferazione degli agriturismi"!) e non creino ulteriore burocrazia. C'è, invece, ancora chi considera perseguibile una politica di mantenimento delle attività agricola in un'ottica di mera preservazione dell'esistente e c'è una tendenza a privilegiare attività che stridono con il concetto moderno di mercato globale. Il Piano sembra orientarsi su questa visione conservativa e minimalista, ma soprattutto sembra dimenticare che tutelare le imprese agricole significa anche garantirsi un presidio essenziale del territorio, il cui mantenimento è imprescindibile per evitare conseguenze negative, tra cui le calamità naturali legate al dissesto. Molti per contrastare certi fenomeni catastrofici (che sono comunque estremi) vorrebbero un ritorno ad un paesaggio naturale e primigenio. Senza rendersi conto che ciò implica in primo luogo una rinuncia ad un potenziale produttivo agricolo ed agroalimentare senza eguali (il valore della produzione vitivinicola toscana è aumentato di più di tre volte dal 1980 ad oggi!), ad un patrimonio turistico che ogni anno attrae milioni di visitatori da tutto il mondo, senza nessuna garanzia che il territorio lasciato a se stesso non generi o favorisca altrettanto dissesto. Agricoltura, ambiente, territorio, energia e salute vanno quindi ormai riconosciuti come un insieme inscindibile e con un ruolo centrale per le grandi sfide della società. Una realtà ormai, così come i comportamenti virtuosi delle nostre imprese, che gli indirizzi per le politiche di chi ha concepito il Pit toscano non possono ignorare. L'autore è presidente di Confagricoltura