IL fondo Troncone di un milione di scatti fra lastre e pellicole (suddivise in due filoni, la Napoli industriale e produttiva, dai cantieri navali al Teatro di San Carlo, di Guglielmo Troncone e del nipote Vittorio, e quella giornalistica dei fatti di cronaca cittadina del fratello Guglielmo, uno de primi fotoreporter della città) era (ed è) il più cospicuo patrimonio fotografico del Mezzogiorno e uno dei più cospicui di tutto il Paese. Durante gli anni Novanta, per ragioni di età, Vittorio Troncone vendette a Stefano Fittipaldi che sotto i portici di San Francesco ospitava l'Archivio Parisio. Nel 2006 Fittipaldi, già in difficoltà finanziarie, aveva sollecitato le istituzioni a dargli man forte per la conservazione e la manutenzione dei due archivi. Nel corso di questi ultimi anni egli si è molto prodigato giungendo anche al riordino e alla parziale digitalizzazione dell'immenso patrimonio fotografico. Ma ora non ce la fa più e nei giorni scorsi ha annunciato la chiusura dei locali. Nel settembre di quello stesso 2006, dopo una strenua battaglia, condotta anche da intellettuali, lettori, politici, guidati da Gerardo Marotta, per contrastarne la chiusura, la libreria Treves, aperta da quasi un secolo in via Toledo, di fronte alla Galleria Umberto I, fu costretta per finita locazione a trasferirsi proprio a fianco dei locali dell'Archivio Parisio-Troncone. Cioè in un posto desertificato dal degrado. Era una morte annunciata. Ciò nonostante, in questi otto anni, il titolare della libreria, Rino De Martino e altri sodali hanno fatto di tutto pur di animare i locali promuovendo iniziative, presentazioni, dibattiti, allargandone l'ospitalità all'intera piazza con manifestazioni di poesia e di musica di livello anche internazionale. Tutto inutile, dunque? Parrebbe proprio di sì. Lo stesso Comune, che ne aveva propugnato il trasferimento, ha richiesto a De Martino canoni arretrati per molte decine di migliaia di euro. Ora lo spettacolo della piazza ingabbiata per due terzi (al porticato si sono uniti il Palazzo Reale e la prefettura) simboleggia in pieno l'impotenza di una città. A tutto ciò si aggiunga il degrado progressivo (per la notte ci sarebbero da adoperare altri termini, come vandalizzazione e agguato, a cui ormai da una ventina d'anni tutto l'emiciclo e l'intera piazza sono condannati). Va bene l'appello pubblico alle autorità, va bene la raccolta di firme, va bene la promessa di assessori ed esponenti politici per dare una mano al salvataggio di una parte non esigua della nostra tradizione fotografica. E dei libri di Treves. Fino a ora sono stati gli unici due richiami di cultura e di storia di tutta la piazza. Ma, dati i precedenti, è legittimo qualche timore. Il nodo rimane il groviglio di competenze su piazza del Plebiscito e sui portici in particolare. A contenderseli e a litigarci sopra, palleggiandosi le reciproche responsabilità e alla fine a non concludere nulla, sono quattro soggetti: Fondo edifici del culto (Fec) del ministero dell'Interno di cui la prefettura è l'emanazione locale, la Curia arcivescovile, la Soprintendenza e il Comune. Ha ragione chi afferma che la burocrazia più degli altri mali è un campo di Agramante dove la discordia regna sovrana ed è causa primaria della crisi del Paese, nelle piccole come nelle grandi questioni.