«Attenti al trentaduesimo gradino». Il viaggio in fondo al pozzo comincia così, lungo una scala a chiocciola che parte dal liceo artistico di via Santissimi Apostoli e ci accompagna alla scoperta dell'acquedotto greco. Il percorso, che prevede una seconda tappa nella scuola elementare Bovio di via San Giovanni a Carbonara, era conosciuto fino a ieri soltanto dagli addetti ai lavori. Ora viene svelato, ma per poco. Per lo spazio di un Maggio. Una scommessa da vincere: quest'altra Napoli sotterranea, che in una rete di cunicoli e cisterne sommerge i visitatori di misteri, leggende popolari e pezzi di storia vera, merita un posto fisso nelle guide turistiche. Sotto i nostri piedi correvano tre acquedotti. Quello greco, detto della Bolla; quello Augusteo; quello del Carmignano, realizzato nel '600. Tre strutture che si sono incrociate alimentandosi a vicenda e diventando un corpo unico. Fino al 1885 le famiglie di Napoli si rifornivano da queste condotte, utilizzando i 4628 pozzi disponibili: alcuni erano ad uso «condominiale», posizionati ai piani alti degli stabili; altri, privati, si trovavano nelle cucine delle case nobiliari. Nel 1885 la città venne colpita da una terribile pestilenza, 14mila morti, che impose la sostituzione della rete ad acqua fluente con un impianto a pressione, molto più sicuro per la salute pubblica. Che fine fecero le antiche cavità? È presto detto: si trasformarono prima in ricoveri antiaerei, poi in depositi o discariche di rifiuti. Se oggi fossero tutte accessibili e tornassero in comunicazione tra loro, potremmo attraversare la città senza mai tornare in superficie. Precursori della banda delle fogne, due condottieri usarono queste particolari vie d'accesso per conquistare Napoli «dal basso». Nel 537 d.C. Belisario, comandante dell'esercito di Giustiniano, si inoltrò nell'acquedotto greco e scoprì che, da qui, era possibile sbucare all'interno della cinta muraria. Nel 1442 venne il turno di Diomede Carafa, che guidava le truppe di Alfonso d'Aragona. Per tentare l'impresa non si affidò al caso, come Belisario, ma approfittò della complicità di un sarto che aveva in casa un pozzo «strategico». Le tracce di questi due percorsi si incontrano proprio nelle cavità del liceo artistico (pozzo di Belisario) e della scuola Bovio (pozzo di Carafa). Per visitarle, con la guida degli studenti, è necessario prenotarsi al numero 081-291203: prossimi appuntamenti oggi e ogni giovedì, sabato e domenica fino al 29 maggio. Ma la passeggiata nell'acquedotto non racconta soltanto le storie dei conquistatori. Sulle pareti i resti delle fiaccole che illuminavano la strada dei «pozzari» e dell'impianto elettrico che, durante la guerra, consentiva di orientarsi nel ricovero. Ancora, le edicole votive incise dai «cavamonti» per invocare la protezione divina (solo i contorni, purtroppo: delle mattonelle decorate con immagini sacre non c'è più traccia) e i montacarichi che portavano in superficie i blocchi di tufo da utilizzare per l'edilizia. «Abbiamo già censito 900 cavità - spiega Ferdinando Di Mezza, assessore alla difesa del suolo - si tratta di una risorsa molto importante, dal punto di vista storico, che bisogna valorizzare». L'ingegnere Clemente Esposito, già consulente del Comune e oggi presidente del Centro speleologico meridionale, ci racconta il suo sogno: «Un museo del sottosuolo nel quale esporre tutto quello che ho trovato in cinquant'anni di esplorazione, dai frammenti di vasi greci alle pipe dei cavatori di tufo. Il posto l'ho trovato, una cavità di 4mila metri quadri in piazza Cavour. Ma è piena di rifiuti. Ho cominciato a pulirla a mie spese, con l'aiuto di un paio di operai. Il lavoro dovrebbe essere finito per settembre».