Riccardo Pacifici vuole «raccontare tutta la storia del Museo della Shaoh». Il Museo della Shoah, almeno nel progetto originario, è al centro di una discussione molto vivace: le prese di posizione si succedono da giorni, e molte sono note. La più recente è quella di Leone Paserman, il presidente della Fondazione che proprio sul Corriere , con voce basa e turbata, ha detto che si «strumentalizzano i sopravvissuti». Dopo averla letta, Riccardo Pacifici telefona. Le otto del mattino. Facile immaginare il motivo della chiamata. «Adesso parlo io. Allora, mi lega a Leone Paserman un affetto profondo, sono stato a lungo il suo vicepresidente. L'ho chiamato un minuto dopo aver saputo della sede, era il 13 agosto, un minuto dopo. Lui era molto scettico, ma ha detto che se davvero in pochi mesi consegnavano il museo per lui andava bene». Paserman dice che i sopravvissuti vengono strumentalizzati. «Io posso dire ciò che è successo, perché c'ero, ci sono stato fin dall'inizio, dal 2002, con Veltroni, dieci milioni di spesa prevista. Poi sono aumentate le spese e sono passati gli anni, tre amministrazioni, una delle quali di centrodestra». Partiamo dall'inizio: come nasce il progetto dell'Eur? «Non nasce come progetto dell'Eur, nasce come il desiderio di un sopravvissuto, al quale poi se ne sono aggiunti altri, di vedere il museo della Shoah di Roma». Marino ha chiesto alla comunità di esprimersi. «Non è la comunità che decide, aspettiamo che sia il Comune a sottoporci un progetto alternativo. E in ogni caso è il museo di Roma e non della comunità, è un pezzo di storia del Paese, della città, di tutti noi. Il desiderio dei sopravvissuti credo sia quello di riposare in pace dopo aver rivissuto mille volte quell'orrore per raccontarlo nelle scuole, nell'accompagnare i ragazzi ad Auschwitz. Al ritorno da un viaggio della Memoria uno dei sopravvissuti ha espresso quel desiderio, vedere il museo, al presidente Zingaretti. Poi si sono aggiunte le parole di altri sopravvissuti. Io stesso ho accompagnato il figlio di Shlomo Venezia, Mario, che è anche il revisore dei conti della fondazione, dal sindaco Marino. Io credo vadano ringraziati sia il presidente Nicola Zingaretti sia l'assessore Paolo Masini per la disponibilità e l'impegno. So di parlare a nome dei molti nella comunità che condividono la speranza dei sopravvissuti. Poi sono state dette cose, tante cattiverie". Come quella che vuole, per lei, il museo come un trofeo da spendere in chiave elettorale. «Intanto, non posso essere rieletto. E soprattutto: ho lavorato per il Museo della Shoah fin dall'inizio, ho sostenuto, e Luca Zevi può confermarlo, il progetto di Villa Torlonia. Là non ci fu una gara perché il lavoro venne donato alla città di Roma dalla Lamaro dei fratelli Toti, che avevano acquistato il progetto da Zevi e Tamburini. A proposito di campagna elettorale, non so se proprio Zevi abbia intenzione di candidarsi...». Cattiverie a parte, scusi, ma abbandonare il progetto originario non espone il Campidoglio, Roma, al rischio di danno erariale? «Questo aspetto va valutato con attenzione, dal Campidoglio». Ma la posizione della comunità, secondo lei, quale è? «La base della comunità è per il museo all'Eur. Sede definitiva, farla temporanea significherebbe triplicare i costi. E la comunità non è disponibile, noi abbiamo il nostro museo». Mancano dodici ore al Consiglio della comunità. Poi cosa accadrà? «La Fondazione dovrà esprimersi. Ma comunque sono state raccolte tante firme, la volontà dei sopravvissuti è chiara e credo sia diffusa la volontà di aiutarli a realizzare un sogno. Respingo con forza qualunque accusa di strumentalizzazione: sono persone che per anni hanno seminato memoria e che adesso vorrebbero un luogo per il museo».