VENEZIA La Regione acquistò nel 2002, su segnalazione della Soprintendenza, un dipinto del Veronese, «Minerva tra la Geometria e la Matematica», per oltre 200 mila euro. Ma dodici anni dopo, in occasione della mostra dedicata al maestro della pittura rinascimentale a Castelfranco, alcuni critici contestano la paternità del dipinto: «E' di un autore minore». E scoppia il caso. VENEZIA E' lui o non è lui? Ma certo che è lui. Forse. C'è una gran confusione attorno a «Minerva tra la Geometria e la Matematica», il dipinto appena spostato dal piano nobile di Palazzo Balbi, sede della Regione sul Canal Grande, al Museo Casa Giorgione di Castelfranco, dove domani aprirà la mostra «Villa Soranzo, una storia dimenticata». Una vicenda che secondo l'ex Soprintendente per i Beni Culturali del Veneto Anna Maria Spiazzi «rientra perfettamente nei dibatti che da sempre animano la storia dell'arte, tra paternità contestate e liti accademiche», ma che ciò non di meno qualche dubbio lo suscita, se non altro perché il quadro, ora «conteso» dai critici tra il maestro rinascimentale Paolo Veronese ed i minori Anselmo Canera e Giovanni Battista Zelotti, fu pagato dalla Regione nel lontano 2002 con 206 mila euro. Fu la stessa Spiazzi, dodici anni fa, a caldeggiare presso Palazzo Balbi l'acquisto dell'affresco di 190 per 284 centimetri, proveniente da Villa La Soranza di Treville (Castelfranco). L'edificio, costruito da Michele Sanmicheli nel 1540 come buen ritiro di campagna per il patrizio veneziano Alvise Soranzo, fu distrutto nel 1818, quando fortunatamente i suoi cicli pittorici, realizzati da Veronese, Canera e Zelotti, erano già stati rimossi e portati su tela, frammentati in oltre cento pezzi. «Alcuni di questi, tra i più belli, sono conservati tutt'ora nella sagrestia del Duomo di Castelfranco racconta Spiazzi ma la maggior parte è finita dispersa tra collezioni pubbliche e private, tra cui quella dell'Accademia di Londra, dove gli affreschi sono stati utilizzati come supporto didattico per gli studenti». Da lì, tramite un antiquario veronese prima e un privato di cui nessuno ricorda più il nome poi, la Minerva è finita a Palazzo Balbi, che decise di esercitare (per la prima volta) il diritto di prelazione previsto a favore degli enti pubblici dal Testo Unico dei Beni culturali. Sulla base di una paternità inequivoca: l'autore era Veronese. «Quell'operazione non fu sostenuta solo dalla Soprintendenza ricorda l'allora assessore alla Cultura, Ermanno Serrajotto, che firmò la delibera di acquisto ma anche dal Comune di Castelfranco. Si trattava di salvaguardare un pezzo importante della storia artistica del nostro territorio. Altro non posso dire, sono passati tanti anni». Negli archivi si ritrova anche un entusiastico commento del fu governatore Giancarlo Galan, reso alla presenza di svariate «autorità e personalità del mondo della cultura e dell'arte» (così recita la nota stampa): «E' proprio stando davanti ad un'opera d'arte che si comprende quanto la tutela del patrimonio artistico sia non solo dovere pubblico, ma anche interesse dell'intera società». E da quel dì la Minerva è rimasta nel salone principale di Palazzo Balbi, vegliando su alcuni momenti chiave della storia recente della Regione. Fino a martedì, quando una ditta di traslochi si è presentata in laguna per staccare e impacchettare il dipinto in vista del trasferimento a Castelfranco e s'è scoperto che nel catalogo scritto da Diana Gisolfi per la mostra «madre» del ciclo di esposizioni allestite in questo periodo in Veneto sul Veronese, quella intitolata «L'illusione della realtà» alla Gran Guardia di Verona, la Minerva è attribuita senza ombra di dubbio a Canera, ossia l'autore minore che pure decorò Villa La Soranza. Un «pacco» da 200 mila euro per la Regione ed un conseguente affarone per il misterioso venditore privato? Se lo chiede più di qualcuno, ricordando maliziosamente la grandeur che caratterizzò gli anni di Galan a Palazzo Balbi, ora sotto la lente della procura di Venezia. Anche il curatore della mostra di Castelfranco, Enrico Maria Dal Pozzolo, mostra cautela: «Sulla paternità dell'opera la critica si è dimostrata discorde: tradizionalmente (e ancora dalla Spiazzi, 2003) riferita al pennello di Paolo, sarebbe di Zelotti per Crosato Larcher (1977) e di Canera per Gisolfi Pechukas (1987 e 2014)». Spiazzi insiste sulla riferibilità al Veronese («La mia ricerca, documentata, è stata pubblicata su Arte Veneta anni fa») e avverte: «Al di là della paternità, di cui si può discutere, l'importanza storica di quel dipinto è incontestabile. I frammenti di Villa La Soranza sono pochissimi e la Regione bene ha fatto a recuperare una testimonianza straordinaria del patrimonio artistico di questo territorio che altrimenti sarebbe finita chissà dove. Gli enti pubblici mica devono acquistare solo capolavori Il resto sono strumentalizzazioni». Il giallo, dunque, resta irrisolto tanto che lo stesso Dal Pozzolo scrive: «Le difficoltà che la critica moderna ha manifestato nella ricostruzione "virtuale" della decorazione originaria della Soranza, per la quale troppe tessere del mosaico sono mancanti» ha indotto a «presentare i frammenti per lo più in termini attributivi "aperti"». E il vice governatore con delega alla Cultura, Marino Zorzato, la prende con filosofia: «Il percorso di acquisto dell'opera è stato regolare e all'epoca l'attribuzione era al Veronese. Faremo delle verifiche ma fino ad allora, il solo parlare della vicenda mi fa piacere: tutta pubblicità per la grande mostra che ha il nostro patrocinio».