«Siamo felici, è un grande successo: dall'inaugurazione abbiamo già avuto quasi cinquantamila visitatori, molti dei quali sono giovani e tutti si sono entusiasmati davanti ai reperti in mostra, che raccontano benissimo la storia della splendida città distrutta dal Vesuvio», è il commento della sorridente Shell Amega, responsabile-curatrice della mostra «Pompeii The Exhibition - What nature destroyed, it also preserved», allestita nelle sale del California Science Center di Los Angeles. Una grande struttura che normalmente si occupa di storia solo in relazione a quella del pianeta o a quella delle conquiste spaziali (sono stabilmente esposti satelliti, navicelle, razzi e molto altro). E difatti proprio la vulcanologia e la geologia hanno fatto da trait d'union con la città vesuviana seppellita dall'eruzione del 79 dopo Cristo, grazie anche a un suggestivo video - intitolato «Forces of Nature» (la forza della natura) e proiettato su uno schermo gigantesco - che è stato creato proprio per questo evento ee che porta la firma della massima autorità in materia: National Geographic Films. Il film è un impressionante spettacolo sull'opera distruttiva di vulcani, terremoti e anche altro che permette al visitatore di approcciare emotivamente al percorso della mostra, come tiene a precisare il presidente dello Science Center, il dottor Jeffrey Rudolph: «E' un'esposizione che funziona perché offre una straordinaria opportunità, quella di poter vedere da vicino alcuni tesori archeologici di Pompei che quasi mai hanno lasciato l'Italia e poter cogliere, grazie ai contributi multimediali, anche la grandiosità di quel tragico evento naturale». E indica con lo sguardo i visitatori in fila. «Grazie al Museo archeologico di Napoli e alla Soprintendenza - continua - abbiamo potuto offrire al pubblico californiano l'occasione di cogliere al meglio tutte le intuizioni e le scoperte che permisero di far tornare alla luce la città sepolta, quindi, in virtù degli strumenti scientifici di cui oggi si dispone, anche di poter apprezzare il lavoro di archeologi e geologi e quindi sviluppare una maggiore empatia con i pompeiani di duemila anni fa, in quello che alla fine risulta essere una sorta di viaggio nel tempo». La mostra di Los Angeles che pare stia intrigando anche molti dei residenti vip della città legati al cinema e alla tv (ma sulla privacy non transigono, quindi niente nomi o foto), si presume per via dei tanti film e telefilm dedicati alla stessa Pompei o comunque al mondo dell'antica Roma si estende per quasi quindicimila metri quadrati. Oltre alla spettacolare simulazione degli effetti di un'eruzione, in tutto le vestigia pompeiane che si possono ammirare nel museo californiano sono 150 («Con lungimiranza prestati dalle autorità italiane», sottolinea il presidente alludendo al potenziale ritorno turistico per la Campania), tra cui mosaici, marmi, affreschi, armi di gladiatori, gioielli, monili, monete, altarini e immagini religiose e anche i famosi calchi delle vittime dell'eruzione, che sembrano essere i reperti più interessanti per il pubblico Usa, sono in tanti infatti ad affollarsi intorno a quelle curiose «statue» di gesso - create grazie all'intuizione dell'archeologo napoletano Giuseppe Fiorelli nel 1863 che sono indubbiamente l'espressione più umana e al tempo stesso anche la prova tangibile di quell'antica tragedia. Un'insegnante, che stringe una copia del National Geographic nella mano, lo spiega con scientifica precisione alla sua scolaresca: "Quelle forme restituiscono la traccia lasciata dai corpi dei cittadini di Pompei dalla nube piroclastica che, si sollevò per ben 30 chilometri in altezza, e li colpì a grande velocità e ad altissima temperatura, mettendoci infatti solo un minuto a passare su tutta la città. I poveretti morirono istantaneamente, bruciati, e quello che vediamo qui è la loro ultima posizione, lo spasmo finale. Comunque fu un'agonia molto breve», conclude quasi a voler stemperare la drammaticità della ricostruzione. Il percorso espositivo ha tra in suoi momenti topici, oltre il momento dell'eruzione, la visita al «Lupanare Pompeiano» (con tanto di avviso che raccomanda la presenza dei genitori al fianco dei bambini); quindi una evocativa scritta sul muro, «Passaggio erotico», che indica l'accesso alla «Stanza dell'Eros», un ambiente con dipinti e sculture a tema e un video (molto apprezzato dai visitatori di entrambi i sessi) sulla vita delle ragazze che vivevano nei bordelli. Immancabile, poi, lo spettacolo dei gladiatori, un mito che continua ad affascinare il pubblico, come poche altri, basti pensare allo straordinario successo della serie televisiva «Spartacus», prodotta negli Stati Uniti con un cast internazionale, girata perlopiù in Gran Bretagna ma, come è noto, ambientata nell'antica Capua (l'attuale Santa Maria Capua Vetere), dunque un business planetario basato sulla storia della Campania, dal quale però i campani sono completamente esclusi. A tre mesi dall'apertura, la mostra che per l'allestimento ha potuto contare anche sulla collaborazione di Kenneth Lapatin del Paul Getty Museum - ha già staccato circa cinquantamila biglietti, ma secondo le previsioni e le prenotazioni, nei mesi restanti (è aperta sino al 4 gennaio prossimo) la media dei visitatori dovrebbe almeno raddoppiare se non triplicare, arrivando alla fine, secondo un calcolo off record, a circa 250mila presenze. Ovviamente non sono gli incredibili numeri fatti registrare dal British Museum per la mostra-evento «Pompeii and Herculaneum Live» dello scorso anno, ma un raffronto sarebbe invero opinabile sia per le caratteristiche delle due esposizioni (quella londinese era molto più vasta, articolata e promossa) sia per le peculiarità delle due sedi: lo Science Center della California è una struttura completamente diversa e normalmente si occupa di tutt'altro (oltre a non avere, ca va sans dire, la notorietà, la storia e l'allure archeologico del leggendario British). Messi da parte accostamenti e paragoni, va detto che la mostra americana sembra funzionare perfettamente (lo dicono maestre, insegnanti e docenti) e, di sicuro, fa bene all'immagine della Campania e dell'Italia, come peraltro devono aver a suo tempo pensato i responsabili del Mibac, della Sovrintendenza speciale per i Beni archeologici di Napoli e Pompei, del Consolato generale d'Italia a Los Angeles e dell'Istituto italiano di cultura, senza i quali non sarebbe stato possibile metterla in piedi.