Museo della Shoah, il sindaco Ignazio Marino chiede alla comunità ebraica di decidere. «Sono addolorato che siano oltre otto anni che si attende questa opera. Certamente è evidente che deve esserci tutta la concentrazione possibile perché vanno ascoltate voci per me importanti come quelle delle figure che ogni anno ci aiutano ad accompagnare i ragazzi ad Auschwitz. Loro sentono l'esigenza di poter concludere la propria vita con una testimonianza nella città che ricordi il dramma. Su questo sono pronto». Museo della Shoah, il sindaco apre alle richieste della comunità ebraica. Così, inevitabilmente, appare un passaggio decisivo quello di domani sera: il Consiglio della comunità. La vicenda è complessa: per il progetto di Villa Torlonia manca l'apertura delle buste della gara, per l'ipotesi del museo in piazza Marconi all'Eur il percorso sembra breve, tanto che si è ipotizzata l'inaugurazione per il settantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz, a gennaio; negli ultimi giorni le voci di favorevoli all'una e all'altra soluzione si sono succedute. Di certo, la base della comunità sente come impellente la necessità di permettere ai sopravvissuti di poter vedere il museo. Ma nel ragionamento dell'amministrazione, naturalmente, non può mancare la valutazione del rischio di «danno erariale» valutato «elevatissimo» in Campidoglio nel caso di abbandono del progetto di Villa Torlonia. In questo senso, le parole del sindaco Ignazio Marino sembrano chiare: in sintesi, chiede alla comunità ebraica di decidere. In uno dei passaggi che dedica all'argomento, Marino pare aprire all'esigenza di un museo in tempi brevissimi: «Sono addolorato che siano oltre otto anni che si attende questa opera però non sono certo io che posso partecipare a un dibattito che ritengo debba essere soprattutto interno alla comunità che tanto ha sofferto. Certamente è evidente che deve esserci tutta la concentrazione possibile perché vanno ascoltate voci per me emotivamente ed umanamente importanti come quelle delle figure carismatiche che ogni anno ci aiutano ad accompagnare i ragazzi ad Auschwitz che ovviamente sentono l'esigenza di poter concludere la propria vita con una testimonianza nella città di Roma che ricordi il dramma che questa città ha vissuto. Su questo sono assolutamente pronto». Poi però, come detto, la complessità della vicenda è acclarata. E lo si capisce anche dalle parole di Marino: «L'ho detto anche abbastanza sottovoce: c'è un progetto, io personalmente rimango fermo a ciò che conosco ovvero il progetto (di Villa Torlonia, ndr) discusso dall'assemblea dei soci fondatori. Se la Comunità ebraica, come mi sembra di leggere dai giornali, ha delle proposte diverse, la sede è sempre l'assemblea dei soci e io sono a disposizione». Che il dibattito sia ampio lo testimoniano anche le prese di posizione, via via più numerose. E le petizioni, anche. Ci sono volantini che dicono «sì al museo della Shoah in zona Eur, lo chiedono i nostri nonni». E ci sono testimonianze una dopo l'altra: «Mi chiamo Sami Modiano, ho 84 anni e il pacemaker. A tredici anni mi hanno deportato in un campo di sterminio, hanno portato via tutta la famiglia. Presenziai con Shlomo Venezia all'inaugurazione del terreno di Villa Torlonia, Shlomo purtroppo non c'è più». E ancora: «Mi chiamo Piero Terracina, e credo che dovremmo mandare un segnale». E anche: «Mi chiamo Giuseppe Di Porto e sono stato catturato a vent'anni...». Tra le ipotesi, anche quella di una sede provvisoria in attesa di vedere completata Villa Torlonia. Marino aspetta: «Io purtroppo sono fatto così - spiega - lavoro sui documenti esistenti non sulle voci. Se esiste una diversità di vedute che ha una sostanza razionale è evidente che se ne debba discutere. Al momento non ho documentazioni o indicazioni ufficiali se non voci che alcuni all'interno della comunità ebraica hanno pensieri diversi». Domani sera il Consiglio, probabilmente decisivo.