Non generali, ma anonimi fanti o giovani alpini: in ogni paese bronzi e marmi celebrano la generazione perduta della Grande guerra. Oltre ottomila opere che saranno censite entro l'anno. Il progetto del Mibac nel centenario dell'inizio del conflitto IL BAGNO di sangue era appena cominciato ma già si gettavano le basi per la colata di bronzo che negli anni stessi della Prima guerra mondiale, e poi nel Ventennio, avrebbe portato nella piazza di ognuno degli ottomila comuni d'Italia un monumento ai caduti. Di segno, per la prima volta, laico. E di soggetto d'ispirazione liberamente cattolica, o pagana: come se ogni povero cristo perduto in battaglia incarnasse il Cristo di Pietà, oppure Ettore scempiato da Achille sotto alle mura di Troia. "Progetto Grande Guerra" è il piano che, a un secolo dall'avvio del conflitto, il ministero dei Beni culturali ha avviato per schedare e digitalizzare entro l'anno questa straordinaria e misconosciuta galleria di scultura a cielo aperto. Mentre la macchina bellica sfornava obici, con eguale sforzo imprenditoriale le fucine artistiche elaboravano il lutto nazionale. Trasformarono candide giovinette dalle movenze liberty in simboli patriottici. Forgiarono nel bronzo, e nella retorica, fanti in battaglia vestiti di tutto punto, quasi fossero reali, vivi. Uomini e dèi partoriti dalle mani di artisti eccelsi del Ventesimo secolo, come Arturo Martini. Soprattutto però da organizzate botteghe come i Zanchetta di Pove del Grappa o, a Roma, la Corinthia di Torquato Tamagnini, dotata anche di un catalogo a stampa, neanche fosse un'agenzia di pompe funebri. Furono i laboriosi, spesso anonimi, lapicidi nostrani a creare soldati morenti, svestite Vittorie, procaci allegorie della Patria: idoli che ogni paese fece erigere per risarcire le madri e le mogli addolorate, come Marie ai piedi della croce, di una generazione perduta. Un capillare museo enpleinair del dolore che mai l'Italia aveva allestito prima. E del quale si appropriò presto Mussolini trasformando i morti della Grande Guerra in martiri del fascismo. Prima di aggiungere alla già lunga lista dei caduti i ragazzi spediti a morire in Russia o in Grecia. E, spesso, squagliando i corpi bronzei scolpiti per la Prima in, letteralmente, "carne da cannone" per la Seconda guerra mondiale. Il lavoro di catalogazione, limitato per ora agli ottomila e più monumenti comunali, è affidato all'Istituto centrale per il catalogo (Iccd) e agli storici dell'arte che lavorano per le soprintendenze. Gli studiosi si trovano di fronte (il lavoro è più o meno a due terzi dell'opera) un'inedita ricchezza iconografica. Per dominare la quale i monumenti sono stati così classificati: "ad ara" (come quella cimiteriale di Santa Maria Capua a Vetere); "a colonna", dalla cima della quale spicca una Nike alata o l'aquila del Ventennio; oppure "a colonna spezzata" che, già nel taglio antico del fusto marmoreo, dà il senso tangibile di una mutilazione, di una perdita. Il repertorio classico viene rielaborato anche nel monumento "a erma" o "a obelisco". E il tema Rinascimentale della rinascita è alluso dalla tipologia "a fontana" dove, come a Pozzuoli, l'acqua che sgorga dalle lapidi fa sognare una resurrezione per quei ragazzi mandati al macello. Nella classificazione delle sculture, invece, sono state individuate tre macro categorie: la Patria, la Vittoria, il Soldato. Eppure è la contaminazione dei tre ceppi a dare vita alle allegorie più ardite. La Patria dall'elmo turrito che svetta da sola a Maser, nel Trevigiano, diventa umile compagna di strada del fante che l'affianca nel monumento ai caduti di Acerno, Campania. Panneggiate e ispirate a quella di Samotracia sono poi le Nike innalzanti corone d'alloro, come a Paderno del Grappa. Ma ecco che a Morgano Badoere una sensuale figura alata raccoglie nell'elmetto il sangue che zampilla dal corpo di un fante, seminudo come gli eroi omerici. Federico Fellini in Amarcord ha raccontato splendidamente quale fonte di desiderio fossero per i giovani tra le due guerre le sensuali Vittorie innalzate nelle piazze del Ventennio. Gli artisti, del resto, potevano appoggiarsi al magistero degli antichi maestri per giustificare certe allegorie svestite, dalle curve troppo tornite. Nessuna vergogna, quindi, nel mostrare il seno procace di una nuda scaturita nel 1926 dallo scalpello di Timo Bortolotti per il monumento di Castel Goffredo. Altre volte, la morale cattolica intervenne però a gettare acqua sui bollenti spiriti. Troppo vicino alla parrocchia era infatti il monumento ai caduti di Galliera Veneta che, scolpito da Servillo Rizzato, fu inaugurato il 3 agosto 1924 dal generale Giardino, comandante della Quarta armata. Il parroco impose infatti che la parte posteriore della scultura fosse nascosta dietro un "tendone di rispetto" per impedire la vista, dalla canonica, delle "parti pudende". Che non erano i glutei di una Patria vittoriosa, ma le erculee terga di un soldato vestito solo di elmetto e gladio. L'intento del ministero Beni culturali è censire i monumenti dal 1914 al 1944 per far sì che siano finalmente svelati e studiati. I monumenti, certo. Ma anche i caduti, giacché è la prima volta che si decide di digitalizzare l'elenco completo dei nomi incisi nel marmo per poi trasferirli nell'albo d'oro del Museo del Risorgimento di Roma. Oltre alla catalogazione a fini storici, "Progetto Grande Guerra" ha lo scopo di mettere in sicurezza queste opere d'arte e d'architettura dalle offese del tempo (la Presidenza del consiglio finanzierà il restauro dei cento monumenti che si trovano nelle peggiori condizioni) ma anche dalla noncuranza con cui architetti e geometri le hanno occultate o fatte sparire dietro disinvolti restyling delle piazze. Sul piano storico, ha grande valore il senso della committenza pubblica che si mise in moto durante e dopo la carneficina mondiale. I corpi dei soldati il più delle volte non tornavano a casa, spappolati dalle granate o inghiottiti dai ghiacciai alpini. E c'era quindi la necessità di restituire ai parenti delle vittime un simulacro su cui piangere, un nome da sillabare tra le lacrime. "L'elenco dei morti", sottolinea Marco Lattanzi, coordinatore del progetto per l'Iccd, "è in ordine alfabetico, non segue il grado militare". Per la prima volta nella storia il monumento cittadino non celebrava più il condottiero trionfante, il Gattamelata o il Colleoni di turno. Sul piedistallo ora saliva l'anonimo fante, il giovane alpino, il pastorello sardo della Brigata Sassari, caduti tra i fili spinati delle Alpi senza essere riusciti a raggiungere la trincea nemica.
la Repubblica
7 Settembre 2014
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Largo Caduti d'Italia, quel museo a cielo aperto per la prima volta catalogato
CA
Carlo Alberto Bucci
la Repubblica
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Bene culturale
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