Da lunedì la statua del Satiro ripescata da marinai di Mazara sarà esposta alla Camera per due mesi. L'eccezionale reperto del IV secolo a. C. non ha però una «casa»; i lavori nella chiesa di Sant'Egidio a Mazara sono ancora in corso. In mostra. Dal 31 marzo alla Camera, poi però rischia di finire nel sotterraneo di una banca. La statua. Un sistema di perni terrà in piedi quel «ballerino» ancora sconosciuto. TRAPANI. Sono trascorsi cinque anni da quello che venne definito uno dei più straordinari ritrovamenti di archeologia subacquea fatti in Sicilia. E la statua bronzea del Satiro fa ancora parlare di sé e lontano dal suo luogo di origine, Mazara del Vallo, nelle cui acque venne ritrovata a 500 metri di profondità. Il lunghissimo lavoro effettuato all'Istituto Centrale del Restauro di Roma ha dato i suoi pregevoli risultati: 40 esperti hanno lavorato sulla statua - che si fa risalire tra la fine del IV secolo e la prima metà del III e che pesa 108 chili - per riportarla alla sua originaria bellezza. E adesso il Satiro è pronto per essere esposto. La prima sede ufficiale sarà Montecitorio dove, dal 31 marzo e per due mesi, verrà messo a disposizione del pubblico. Per la sua sistemazione definitiva invece i tempi restano incerti e il percorso ancora lungo. L'ex chiesa di Sant'Egidio a Mazara, trasformata in museo, sarà la sua casa. Tuttavia il problema che oggi si pone è quello che riguarda i lavori di ripristino dell'edificio che non sono ancora stati ultimati e che potrebbero frenare l'ingresso della statua in Sicilia. Tra due mesi, infatti, quando lascerà la Camera dei Deputati, il Satiro potrebbe finire in un caveau di sicurezza di una banca in attesa dell'ultima sistemazione. Il sindaco di Mazara Nicolo Velia è sulle spine e ha inviato una lettera al presidente della Camera Casini e all'assessore ai Beni culturali Granata in cui ha espresso il suo rammarico «per non essere stato coinvolto nei preparativi dell'esposizione» e ha chiesto che il Comune venga «considerato» nel percorso che il Satiro dovrà fare prima di arrivare a Mazara. Vorrebbe, infatti, scongiurare ogni ipotesi di deposito in qualche sotteraneo di un istituto di credito e per questo ha chiesto espressamente che «dopo Montecitorio il Satiro possa ritornare all'Istituto di Restauro fino al definitivo trasferimento al museo di Sant'Egidio. L'ex chiesa non è ancora pronta, anche se sono stati avviati i lavori per adeguarla alle nuove esigenze. Lì la statua sarà posta in un basamento metallico e conservata in una teca di cristallo per evitare gli sbalzi di temperatura. In verità l'adeguamento dell'ex chiesa - che diventerà un vero e proprio museo - sta sopportando i tempi di una lenta burocrazia e il Comune afferma la sua estraneità ad ogni ritardo: Sant'Egidio è stata ceduto in comodato gratuito alla Sovrintendenza. Sarà sospeso in aria da un tubo d'acciaio che fuoriesce dalla frattura della coscia destra. Il Satiro di Mazara del Vallo avrà, inoltre, all'interno un complesso sistema di perni orizzontali che scaricheranno, come tante costole, il peso di più di 100 Kg su i vari punti laterali. Non si sarebbe potuto fare diversamente visto che la gamba superstite non avrebbe retto e tra l'altro, se fosse stata appoggiata a terra, non avrebbe rispettato la disposizione originaria. La gamba mancante, difatti, era l'unica che in antico poggiava al suolo, ma solo sulla pianta anteriore del piede, come un vero ballerino sospeso sulle punte. In effetti il Satiro è un danzatore dell'antichità. Colto durante una tremenda ubriacatura, ma pur sempre un ballerino. Purtroppo il mare non ci ha restituito l'oggetto che avrebbe dimostrato il suo stato d'estasi; ci riferiamo al kantharos che il Satiro teneva con le punte delle dita della mano destra. Una grossa coppa in bilico, quasi a testimoniare la fine di una lunga bevuta. Proprio il vino, la danza e l'estasi sembrano essere gli elementi che identificano il soggetto. Tutte caratteristiche legate alla cerchia di Dioniso e del suo seguito di menadi, eterne fuggitive dalle voglie insane dei lascivi satiri, colti sempre nella spasmodica ricerca di sesso e di danze orgiastiche. In questo contesto di puro e libero divertimento si colloca il bronzo di Mazara, ormai privato degli elementi chiave che a contorno ne determinavano il contesto d'insieme (coppa, grosso cratere vuoto ai suoi piedi e tirso tenuto stretto nella mano sinistra). Dopo una profonda pulizia dalle concrezioni marine, adesso è possibile vedere la sua "vera pelle". Un corpo in completa torsione che, come una molla, sta per scattare e liberare la sua foga secolare, per nulla ancora attenuata. Ma quanto secolare? Il bronzo è sotto studio anche se pare sia stato isolato il periodo in cui è stato realizzato. E' difatti un'opera ellenistica, non più antica quindi dell'ultima parte del IV secolo a.C. Questo perché la complessa torsione si allontana dalle sculture precedenti, quelle cioè in posizione ritta e schematica e si ascrive invece alle conquiste formali che, dallo scultore Lisippo in poi, ebbero piena codificazione. Purtroppo non conosciamo né il nome dello scultore (già è tanto se ci è giunta), né dove era posta. Trovando addentellati con le opere antiche, menzionate dalle fonti, sembra che il Satiro sia la statua di un Periboetos, cioè un "invasato". Un soggetto inventato da Prassitele, scultore vissuto proprio nel IV secolo. Un Periboetos. Uno strano nome che raffigurava proprio un satiro ubriaco, in piena danza e completamente invasato. Tutti elementi che sembrano giocare in favore dell'identificazione del bronzo di Mazara e che potrebbero confermare pertanto anche una sua origine greca. Quest'ultima sarebbe un vero marchio di qualità, a dispetto delle copie romane più tarde. Ma c'è anche qualche elemento che gioca a sfavore di una simile conclusione, soprattutto sul piano cronologico. Le analisi compiute dall'Istituto centrale per il Restauro di Roma hanno messo in evidenza, difatti, un'alta percentuale di piombo nella lega metallica che compone l'opera. Di solito, secondo i restauratori, il piombo veniva aggiunto in quantità maggiore nelle opere romane, mentre in quelle greche era presente soltanto in minima parte. In risposta però, i sostenitori dell'origine greca ribattono dicendo che in verità non si conoscono le precise percentuali delle leghe utilizzate nei bronzi antichi. In pratica è come dire che "un po' di piombo in più non fa un satiro romano". Quindi il gioco rimane ancora aperto. Un aiuto lo avrebbero fornito, se si fossero trovati, i resti di argilla corta che durante la fusione vengono ingabbiati all'interno del corpo. Simile operazione è stata possibile per i Bronzi di Riace, per i quali si è persino scoperta l'area di provenienza dell'argilla interna. Il resto degli elementi emersi durante il restauro non aiutano più di tanto la questione. Essi si limitano a constatazioni tecniche, come lo spessore del bronzo, che oscilla fra i 7 e 5 millimetri, oppure le tracce di saldature negli attacchi delle varie membra, che hanno gettato luce sul procedimento seguito dall'ignoto scultore. Le parti, difatti, sono state realizzate separatamente e poi infine saldate insieme, creando un pezzo unico. Inoltre la piena massa della chioma pare sia stata lavorata in un secondo tempo, quando cioè il bronzo era ormai freddo. Sul resto rimane il mistero. La sua vera età è rimasta ancora sott'acqua.