Un lavoro ciclopico, 3.000 pagine, per descrivere il paesaggio toscano con luci e d ombre, caratteristiche e mutamenti, con linee guida per combattere le criticità e gestire lo sviluppo e la bellezza. Il «Piano di indirizzo territoriale con valenza di piano paesaggistico» è stato adottato dal Consiglio Regionale a luglio e fino al 29 settembre le associazioni, amministrazioni o enti pubblici, privati, potranno presentare osservazioni, prima della sua definitiva approvazione possibile già ad ottobre. Il piano individua venti territori tipici della regione e ne fotografa storia, presente e ne indirizza il futuro, ma ha creato non poche polemiche, ultime in ordine di tempo quelle del settore agricolo e vitivinicolo (ieri anche il Consorzio del Nobile di Montepulciano ha giudicato negativamente il lavoro portato in giunta e in aula dall'assessore Anna Marson e invece ringraziato l'assessore all'agricoltura Gianni Salvadori). Obiettivo cardine del piano è evitare l'effetto-Barolo, con il paesaggio cambiato e intere colline coperte solo da vigne, e l'uso di un'agricoltura intensiva che può creare anche problemi di erosione. Ecco alcuni esempi. Il Chianti. «Il Chianti, tra le immagini archetipiche più note della Toscana, consacrata quale icona a livello mondiale, è contraddistinto da una struttura profonda, resistente, in buona parte ancora leggibile e integra: il rapporto tra sistema insediativo storico, colture e morfologia del rilievo, tra manufatti edilizi e paesaggio agrario, tra le rete degli elementi di infrastrutturazione ecologica e paesaggistica, un paesaggio storicamente modellato dalla diffusione della mezzadria e dai processi di modificazione territoriale ad essa legati». Questa la premessa del capitolo sul Chianti, poi declinato come tutti gli altri con la descrizione, le invarianti infrastrutturali, le interpretazioni di sintesi e la «disciplina d'uso», il settore più delicato. Pur conservato nel suo complesso, il territorio secondo la Regione presenta criticità, con «erosione e deflussi delle acque superficiali aumentati», «rischi di esondazione di Greve e Pesa», «rischio di eventi franosi aggravato dalla mancata manutenzione delle sistemazioni idraulico-agrarie», con rischi a medio termine anche «per il tentativo di coniugare meccanizzazione e terrazzamenti» per lo spostamento di suolo a valle con «destabilizzazione dei terrazzi». Da qui gli indirizzi per il futuro compreso quello di «indirizzare l'evoluzione della maglia agraria verso unità meno estese, nel senso del versante, e realizzando adeguati sistemi di gestione dei deflussi», ma anche quello di «adottare misure atte a limitare l'impermeabilizzazione di fondovalle e collina così da non ostacolare la ricarica dei corpi acquiferi» e di «limitare la perdita degli ambienti agropastorali e agricoli tradizionali, evitando la diffusione estensiva di nuovi vigneti specializzati in ambito collinare, che quando presenti in modo esteso e dominanti costituiscono ambienti agricoli di scarso valore naturalistico». Obiettivo finale, «tutelare la complessità della maglia agraria del sistema di impronta mezzadrile e riqualificare i contesti interessati da fenomeni di semplificazione, banalizzazione e perdita degli assetti paesaggistici tradizionali». La Maremma. Anche qui sono previste politiche conservative e di «ricostruzione», sia sulla fascia costiere che su quella tradizionale. I mutamenti del territorio grossetano in questo caso sono dovuti in larga parte all'uso eccessivo di acqua rispetto alla risorsa presente, all'erosione della costa, all'impatto delle cave, molte delle quali abbandonate, dall'eccessivo sfruttamento dei boschi, con conseguente aumento del rischio idraulico e per il suolo. Ovunque poi si è verificato lo spopolamento dei borghi collinari e l'abbandono delle attività tradizionale agricole e le legate alla pastorizia. La soluzione è «salvaguardare la diversità e reintegrare le antiche relazioni», favorendo ad esempio «il mantenimento di paesaggi agro-pastorali tradizionali contrastando i processi di abbandono», «favorendo la conservazione di una fascia di oliveti tradizionali o alternati ai seminativi, vicino agli insediamenti storici». Per la bassa Maremma l'attenzione è concentrata su evitare altro consumo di suolo, la «saldatura» di insediamenti», nonché del reticolo del territorio bonificato, «mantenendo la viabilità poderale e la vegetazione di corredo», nonché migliorando la sostenibilità del turismo. Val d'Orcia. Paesaggio-cartolina per definizione, fondale di mille pubblicità, anche la Val d'Orcia ha i suoi problemi, l'erosione su tutti, con rischi per gli stessi crinali e per l'abbandono dei «sistemi rurali», nonché la fragilità dei siti geotermici, in alcune aree «ampiamente sfruttati». Contro l'erosione si dovrà provvedere «alla creazione di fasce di rispetto interdette ad ogni edificazione e apertura di strade, riservate ad attività a scarso impatto come il pascolo», e nel caso di aree coltivate «riduzione dello sviluppo delle unità colturali nel senso della pendenza», nonché «prevenire l'inopinata estensione dei vigneti su suoli argillosi, destinata solo a creare problemi idrogeologici ed a compromettere la qualità della produzione».Si punta anche ad uno sfruttamento sostenibile dei boschi, alla rinaturalizzazione delle rive dei corsi di acqua e alla «mobilità dolce», a partire dalla Francigena.