Arrivarono dopo. Non adoperarono mai il dagherrotipo e nemmeno lavorarono con negativi impressi su carta, ovvero il primo e il secondo sistema usati agli albori, dopo il 1839, data di nascita della fotografia. E arrivarono dopo per esempio rispetto ai francesi anche nell'impiegarla per documentare i capolavori artistici del proprio Paese. Ma, quando entrarono in campo, questo e molti altri obiettivi li raggiunsero in maniera straordinaria. In più, fra gli studi e i gabinetti fotografici europei dei primordi, furono gli unici a conservare una parte consistente non completa, il perché di questo lo vedremo poi del patrimonio di negativi impressionati. Sono gli Alinari, anzi, i Fratelli Alinari, come si chiama la società fin dalla fondazione, nel 1854 perché a Leopoldo, che aveva messo su, nel 1852, un laboratorio fotografico, si aggiungono subito i fratelli Giuseppe e Romualdo, fiorentini, anzi, sanfredianini doc, cioè del quartiere popolare di là d'Arno. Passano il fiume, invece, per lavorare. La prima bottega (studio fotografico sarebbe, ancora, troppo pretenzioso) è in via Cornina, oggi via del Trebbio, ma presto, nel 1863, si trasferiscono in via Nazionale, dove la ditta ha sede tuttora (anche se oggi lo spiazzo di fronte è stato ribattezzato Largo Fratelli Alinari). Sensibili, attenti a captare il significato connesso alle prime collaborazioni con i colleghi parigini che a loro si affidano per ripetere in Italia la mappatura artistica già condotta in Francia. Ora, studiosi illustri hanno già ricostruito la vicenda della famiglia. Via via, aggiustando il tiro "revisionando", si potrebbe dire mutuando il termine da altri campi storiografici dei giudizi e delle interpretazioni. Valga come esempio il largo spazio che nel saggio a corredo del catalogo per la mostra del 1977 Vladimiro Settimelli dedicò al differente valore fra foto "tirate" all'epoca dello scatto e quelle ricavate oggi dai negativi originali, per concludere che «i negativi sono gli unici, veri originali». Molti anni dopo, il tema è praticamente trascurato da Arturo Carlo Quintavalle nel corposo volume del 2002, Fratelli Alinari, Fotografi in Firenze - 150 anni che illustrarono il mondo (edizioni Alinari): un indizio evidente di come sia cambiata l'importanza del mercato fotografico e di come l'abbia avuta vinta su posizioni ideologicamente rigide. Meglio allora dar conto di un aspetto particolare ma assai significativo, cioè la corrispondenza fra Leopoldo Alinari e i suoi referenti nei primissimi anni di attività. Molte lettere ci arrivano dalla Biblioteca Comunale di Pistoia, in particolare dal Fondo Mazzoni (Giuseppe, un amico patriota, esule a Parigi e loro "terminale" nella capitale francese). Nell'agosto 1855, Alinari gli scrive da Londra, dove è appena arrivato per consegnare diversi attestati di raccomandazione: «...ancora non ho potuto veder nulla della città a causa anche della nebbia foltissima che non mi ha troppo ben disposto in suo favore... spero di trovare lettere sue e di casa mia che mi fanno stare in pensiero a causa del Colera che mi dicevano incrudelito...». Quando torna a Firenze (trovando che «il Cholera continua, benché non nelle proporzioni allarmanti di giorni or sono: ieri 36 casi ma in persone di ceto più distinto») informa subito il Mazzoni che il fratello gli ha spedito un pacco: «N. 190 vedute fotografiche per Mess. Bisson Frères, rue Garancière, 8 près de Saint Sulpice, e N. 110 idem per Monsieur Daziarro Boulevard des Italiens: la prego farne consegna ad entrambi, senza farle montare su cartone, e ritirando ricevuta». Piacciono a Parigi e a Londra. Non che gli Alinari avessero un approccio da missionari, sono commercianti e non se lo dimenticano, ma sono commercianti bravi. Si veda un'altra lettera, sempre al Mazzoni, nell'ottobre 1855. Si parla sempre di foto da inviare a Parigi: «Abbiamo fatto in quattro giorni la Venere di Canova, e il Bassorilievo di Michelangiolo nella Galleria degli Uffizi. La prima non c'è male ma poteva essere venuta anche meglio. Il secondo poi è un capo d'opera e credo ne venderemo molti, e piacerà anche a Parigi». Passano tre anni e i ragazzi di San Frediano, ormai, volano alto. Si capisce da una missiva del gennaio 1858, indirizzata a "The Royal Archives, Windsor Castle": «...Ho potuto fare fin qui solo otto delle 13 fotografie che mi avete ordinato. Il motivo di questo ritardo involontario è dovuto alla difficoltà estrema nel riprodurre i disegni, qualcuno dei quali è stato fatto tre o quattro volte di seguito prima di avere un buon negativo». Fino a quello che si potrebbe definire lo scacco matto: disporre delle foto dei capolavori conservati alla Galleria degli Uffizi. È il 18 giugno 1860 quando i «Devotissimi Servitori Fratelli Alinari» scrivono al «Direttore delle Regie Gallerie di Firenze». Ci sono volute delle prove: «...Questi esperimenti essendo riusciti... e come E.V. potrà meglio giudicare dalle prove che uniscono alla presente, abbastanza soddisfacenti, e tali da poter stare al paragone di quel che in questo genere attualmente si fa in Francia e in Inghilterra, i sottoscritti si rivolgono all'E.V. pregandola a volerlo concedere il permesso di riprodurre in fotografia i quadri principali delle Gallerie suddette degli Uffizi e dei Pitti...». Chiosa Claudio de Polo Saibanti, dai primi Anni 80 presidente della società: «Questa è la loro grande intuizione: vendere su un foglio di carta l'arte italiana». Lo faranno per decenni, allargando via via il campo d'interesse. Partiti sul filone arte e paesaggio prevalentemente urbano (all'epoca il vetro delle lastre era prezioso, togliendo l'emulsione si riutilizzava: per questo non ci è arrivata una raccolta completa dei negativi), con lo stabilimento a disposizione, dal 1863, si attrezzano anche con una sala di posa dedicandosi alla ritrattistica, in seguito arriveranno anche i lavori di documentazione per committenze private i cosiddetti "patronati" esempi precoci di foto industriali come quelle per Richard Ginori e per Perugina. Vittorio, figlio di Leopoldo, entra nel 1865, alla morte del padre. Ha spirito imprenditoriale e avvia la pubblicazione di volumi dedicati alla storia dell'arte, guiderà la Fratelli Alinari fino al 1920, lungo gli anni del massimo sviluppo, quando arriva a contare 180 dipendenti, fra cui 22 fotografi. Sorti alterne. La progressiva diffusione delle macchine Kodak (inventate nel 1896), poi la Prima guerra mondiale e la successiva crisi economica tagliano le gambe alla breve dinastia fiorentina, come, del resto, a tutti i grandi studi fotografici europei. Nel 1920, Vittorio incrocia un altro Vittorio, ovvero il re Vittorio Emanuele III. Davanti alle difficoltà dell'atelier, sua maestà fa una proposta irrifiutabile: per una cifra notevole (2,5 milioni di lire di allora) lo rileverà lui, assieme a un singolare consorzio di aristocratici, intellettuali, imprenditori. In pratica, nasce la prima public company europea nel settore della cultura, nessuno dei soci ha la maggioranza e, per anni, la presidenza sarà tenuta dal barone Ricasoli (e al marchio familiare viene aggiunto l'acronimo Idea, ovvero Istituto di Edizioni Artistiche). Diminuiscono le campagne fotografiche, l'Alinari vive sul patrimonio accumulato, puntando sul copyright delle immagini per l'editoria. Ma la crisi del '29 è un altro brutto colpo. Nel 1934, la mano passa a Raffaele Mattioli, illuminato banchiere, che quasi subito cede tutte le azioni a Vittorio Cini, industriale dai molti interessi nonché creatore del polo di Porto Marghera. Cini, per primo, avvia una pratica incrementata negli anni recenti, cioè l'acquisizione di archivi costruiti da fotografi concorrenti, celebre una sua battuta: «Go 'l monopolio de l'arte italiana».
Corriere della Sera
29 Agosto 2014
Firenze. Fotografandola fecero conoscere al mondo l'arte italiana
EN
Enrico Mannucci
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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